giovedì 10 ottobre 2019

Trivelle: Legambiente, Greenpeace e WWF al Mise «Cosa può fare nell'immediato il governo?»


Greenpeace, WWF e Legambiente hanno inoltrato oggi una lettera aperta al ministro dello Sviluppo Economico, Stefano Patuanelli, per chiedere quali siano gli atti concreti del governo in materia di prospezione, ricerca ed estrazione e di idrocarburi, dopo l’annuncio da parte dell’esecutivo di una normativa che vieterà il rilascio di nuove concessioni.

Le organizzazioni ambientaliste, nel dettaglio, chiedono al ministro Patuanelli di:

1 - Attuare il piano di dismissione (decommissioning) delle 34 piattaforme per l’estrazione degli idrocarburi (il 50% delle quali senza Valutazione di Impatto Ambientale) individuate nel “Programma italiano di attività per le dismissioni piattaforme offshore”, redatto a fine 2018 dopo due anni di confronto tecnico tra lo stesso Ministero dello Sviluppo Economico, il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, Assomineraria (l’associazione di categoria dei petrolieri) e le stesse associazioni ambientaliste (Greenpeace, Legambiente e WWF);

2.    Approvare la normativa, già annunciata dal governo, che introduca il divieto di nuove concessioni, in modo da stabilire un chiaro e definitivo termine temporale (come ha fatto la Francia), non solo per impedire altre trivellazioni in futuro, ma anche per determinare norme e procedure che favoriscano il decommissioning di quelle esistenti e introdurre una disposizione che cancelli qualsiasi forma di esenzione (franchigia) per i petrolieri dal pagamento delle royalties;

3.       Rendere noto quale sarà l’impostazione del Piano della Transizione Energetica Sostenibile delle Aree Idonee (PiTESAI) che dovrebbe definire le “aree idonee” alle attività estrattive. Le associazioni chiedono che il Piano sia coerente con l’obiettivo della riduzione drastica - con il fine ultimo della cancellazione - dell’estensione delle aree del nostro Paese dove sono consentite prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi. In particolare, le associazioni chiedono che sia immediatamente cancellata la Zona E, istituita nel 2013 (in cui al momento non risulta esserci nessuna autorizzazione) posizionata a ridosso del Santuario Pelagos, istituito per la tutela dei cetacei.

«Per contrastare l’emergenza climatica in corso occorrono immediati provvedimenti che conducano ad una svolta decisiva verso la totale decarbonizzazione», dichiarano Greenpeace, WWF e Legambiente. «Se dunque si vuole davvero perseguire la strada dello sviluppo sostenibile, come dichiarato con forza nel programma di governo, si cominci da iniziative su cui già esiste un confronto avanzato, quali quelle relative alle trivellazioni offshore», concludono le organizzazioni.

Leggi la lettera

martedì 1 ottobre 2019

Emergenza climatica: allarme ghiacciaio sul Monte Bianco


«Il Pianeta ha ormai dichiarato l’emergenza climatica, non possiamo più stare a guardare. La situazione sul Monte Bianco, con il ghiacciaio Planpincieux che si sta sciogliendo ed è a rischio crollo, certifica ancora una volta la gravità della crisi climatica in corso. E di fronte a fatti di tale entità, non è più possibile limitarsi alle sole parole, ma occorrono azioni urgenti e concrete». È quanto dichiara Luca Iacoboni, responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace Italia, riferendosi a quanto sta accadendo in queste ore in Valle d’Aosta.

Per l’organizzazione ambientalista, il governo italiano dovrebbe iniziare da subito a mettere in pratica quattro misure urgenti:

      Comunicare il piano di chiusura di ogni centrale a carbone, considerando che tutto il settore chiuderà finalmente i battenti entro il 2025. Occorre chiarire quando ogni centrale terminerà di operare e cosa sarà dell’impianto che si andrà a chiudere: se l’idea è sostituire le centrali a carbone con impianti a gas, significa che ci si sta ostinando a commettere gli stessi gravi errori del passato;
      Azzerare i sussidi alle fonti fossili. Nel decreto clima che si discuterà la prossima settimana dovrebbe esserci la proposta di diminuire i soldi pubblici che finiscono a fonti sporche di energia del 10 per cento ogni anno, per i prossimi 4 anni, per poi azzerarli entro il 2040. Questo, nella migliore delle ipotesi, significherebbe che per almeno altri 20 anni verrebbero finanziati i cambiamenti climatici con i soldi pubblici. È qualcosa che non possiamo permetterci. Occorre un piano che azzeri questi sussidi al massimo entro 5 anni (2025), cominciando ad esempio dai fondi elargiti per attività di ricerca ed estrazione di idrocarburi. E tutti i soldi risparmiati dovranno essere dirottati su energie rinnovabili e efficienza energetica;
      Chiarire come e quando verranno fermate le attività estrattive, specificando che fine faranno le vecchie piattaforme da dismettere. Al momento c’è una moratoria sui nuovi permessi, ma tra pochi mesi questa pausa finirà, e porzioni di mare e territorio del nostro Paese rischiano di finire di nuovo in mano ai petrolieri. Il governo deve indicare chiaramente che i combustibili fossili (gas e petrolio in questo caso) devono rimanere dove sono: sottoterra.
      Modificare subito il Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC). Secondo la scienza restano 11 anni per mettere in campo azioni concrete contro i cambiamenti climatici, e 10 di questi 11 anni sono contenuti nel PNIEC che verrà approvato entro dicembre. Non sono ammessi errori, e insistere con un piano miope come quello attualmente in bozza non è tollerabile: servono obiettivi di riduzione delle emissioni più ambiziosi, mentre invece il governo sta puntando addirittura ad aumentare l’uso del gas, un combustibile fossile spacciato come “amico del clima” e che invece emette CO2, alimentando la crisi climatica.

Plastica, Greenpeace: "Dalle multinazionali solo false soluzioni sull'inquinamento da usa e getta"


La sostituzione della plastica con materiali alternativi, non meno impattanti sul Pianeta come la carta e le plastiche biodegradabili e compostabili, e i crescenti investimenti nello sviluppo di nuovi sistemi di riciclo tutt’altro che efficaci, non sono soluzioni efficaci per risolvere il problema dell’inquinamento da plastica. È quanto emerge dal report di Greenpeace “Il Pianeta usa e getta. Le false soluzioni delle multinazionali alla crisi dell’inquinamento da plastica, che evidenzia come le soluzioni promosse dalle grandi aziende degli alimenti e delle bevande, non riducendo a monte la produzione di packaging usa e getta, consentiranno di perpetuare un modello di business e di consumo insostenibile per l’ambiente.

“Nonostante le crescenti prove scientifiche sui danni irreversibili che l’inquinamento da plastica può causare, la produzione aumenterà drasticamente nei prossimi anni” dichiara Giuseppe Ungherese, responsabile campagna inquinamento di Greenpeace. “Le multinazionali continuano a promuovere come sostenibili alternative che in realtà non lo sono e che rischiano di generare ulteriori impatti su risorse naturali già eccessivamente sfruttate, come le foreste e i terreni agricoli. Per risolvere il problema dell’inquinamento da plastica, le grandi aziende devono ridurre drasticamente la produzione di usa e getta, investendo in sistemi di consegna dei prodotti basati sul riuso e sulla ricarica e che non prevedano il ricorso a packaging monouso»

Se da un lato molte multinazionali - incluse Nestlé, Unilever e PepsiCo - si sono impegnate a rendere i propri imballaggi in plastica riciclabili, riutilizzabili, compostabili o realizzati con materiali riciclati, dall’altro continuano ad aumentare la produzione di prodotti confezionati in plastica monouso o in altri materiali usa e getta. Il report di Greenpeace sottolinea come le grandi aziende stiano investendo in tecnologie di riciclo emergenti basate sul trattamento chimico dei rifiuti in plastica, i cui reali impatti lasciano numerosi dubbi, e sul riciclo tradizionale, opzione non in grado di arginare il problema.

La sostituzione della plastica con la carta potrebbe inoltre generare enormi pressioni sulle foreste del Pianeta, ecosistemi a elevata biodiversità e fondamentali nella lotta al cambiamento climatico. E anche il passaggio a plastiche biodegradabili e compostabili ha un impatto importante, perché si tratta di materiali provenienti da colture agricole. Inoltre, gran parte di queste plastiche, oltre a essere costituite in maggior parte da plastica tradizionale, necessitano di condizioni particolari per il loro smaltimento che difficilmente si trovano in natura. Di conseguenza, se disperse nell’ambiente, possono dar luogo agli stessi impatti generati dalla plastica tradizionale.

Il report evidenzia inoltre come l’industria delle fonti fossili stia reindirizzando parte dei propri investimenti nella produzione di plastica che, secondo stime recenti, aumenterà del 40 per cento nei prossimi dieci anni arrivando ad essere responsabile del 20 per cento del consumo mondiale di petrolio. Entro la fine del 2019, inoltre, la produzione di plastica e il suo incenerimento raggiungerà, a livello mondiale, una quantità di emissioni di anidride carbonica pari a quelle di 189 centrali elettriche a carbone con conseguenze importanti anche sul clima.

Per spingere le grandi multinazionali a intervenire sul problema dell’inquinamento da plastica, Greenpeace ha da tempo lanciato una petizione, sottoscritta da più di quattro milioni di persone in tutto il mondo, con cui chiede ai grandi marchi come Nestlé, Unilever, Coca-Cola, PepsiCo, Ferrero e San Benedetto e Danone di ridurre la produzione, investendo in sistemi di consegna alternativi che non prevedano il ricorso a contenitori e imballaggi in plastica e altri materiali monouso.

venerdì 27 settembre 2019

Bando per servizio civile universale a Legambiente




Aperto il bando 2019 per il servizio civile universale, 8 i posti presso la direzione nazionale di Legambiente. La scadenza per presentare domanda è il 10 ottobre 2019.

Come fare domanda per il Servizio civile

Il bando è riservato ai giovani tra i 18 e i 28 anni. Le domande dovranno essere formulate esclusivamente attraverso una procedura digitale tramite la piattaforma Domanda On Line (DOL) con le credenziali SPID (sistema di autenticazione dell’identità digitale che fornisce ai cittadini le credenziali per l’accesso a tutti i servizi online della Pubblica Amministrazione) e inviate entro il 10 ottobre 2019, ore 14:00. Per ulteriori informazioni si può consultare il sito di Arci Servizio Civile. 

Il servizio civile a Legambiente

Tanti sono i progetti presso le varie sedi e i circoli di Legambiente sul territorio, si possono cercare e  consultare sul sito di Arci Servizio civile.
Presso la direzione nazionale a Roma è aperto il bando per 8 posti per il progetto “Ambientalismo e territorio tra globale e locale 2019“, della durata di 12 mesi.
Le attività dei consisteranno principalmente in: ricerca e divulgazione scientifica sui temi dell’inquinamento dell’aria, dell’acqua, dell’ambiente urbano e delle energie rinnovabili; partecipazione alle campagne di monitoraggio e comunicazione dell’associazione; contributo alla elaborazione dati e redazione di dossier scientifici e divulgativi.

venerdì 13 settembre 2019

Greenpeace: "A Volkswagen primato negativo per quantità di emissioni. Veicoli FCA i più inquinanti per emissioni medie"


Alla vigilia del Salone dell’Automobile di Francoforte, Greenpeace ha lanciato oggi una classifica delle 12 principali compagnie automobilistiche del mondo in relazione al loro impatto sul clima. Secondo quanto contenuto nel report “Scontro con il clima: come l’industria automobilistica guida la crisi climatica”, Volkswagen è l’azienda che produce la maggior quantità di emissioni, seguita da Renault Nissan, Toyota, General Motors e Hyunday-Kia. Fiat Chrysler Automobiles (FCA) detiene invece il primato negativo di azienda più inquinante per emissioni medie per veicolo. Nel suo complesso, nel 2018 il settore automobilistico ha prodotto il 9 per cento delle emissioni globali di gas serra, più di tutta l’Ue.



«Viviamo una grave emergenza climatica e le case automobilistiche sono tra le principali responsabili di quanto sta accadendo al clima», dichiara Luca Iacoboni, responsabile della campagna Clima di Greenpeace Italia. «La sola Volkswagen emette più dell’Australia, e non è da meno Fiat Chrysler Automobiles, l’azienda con il più alto livello medio di emissioni per veicolo, che in termini di gas serra inquina di più dell’intera Spagna».



Dall’analisi effettuata da Greenpeace emerge che la rapida diffusione di modelli più grandi e pesanti come i SUV sta causando un ulteriore incremento delle emissioni. In Europa, la quota di mercato di questi modelli è aumentata di oltre quattro volte negli ultimi dieci anni - dall’8 per cento del 2008 al 32 per cento del 2018 – mentre nel 2018 le vendite totali di SUV negli Stati Uniti hanno raggiunto quasi il 70% del mercato.



«Occorre una rivoluzione della mobilità e del settore dei trasporti, e le aziende automobilistiche, che oggi stanno ostacolando questo cambiamento proponendo false soluzioni come le macchine ibride, devono invece esserne protagoniste», continua Iacoboni. «L’industria dell’auto deve abbandonare completamente gli inquinanti motori a combustione interna, smettere di seguire un modello di business sbagliato che prevede un costante aumento della vendita di veicoli, e puntare su servizi che si integrino con il trasporto pubblico, come il car sharing e il car pooling», conclude.



In questi giorni produttori di auto e rappresentanti politici da tutto il mondo parteciperanno a Francoforte al Salone dell’Automobile, la più grande fiera del settore a livello globale. Il 14 settembre Greenpeace, insieme ad altri gruppi e a migliaia di persone, manifesterà – muovendosi a piedi o in bicicletta – davanti all’ingresso del Salone per chiedere una rapida transizione verso modelli di trasporto più sostenibili.



Per raggiungere l’obiettivo fissato dall’Accordo di Parigi di mantenere l’aumento medio della temperatura globale entro 1,5°C, Greenpeace chiede a tutte le case automobilistiche di fermare la produzione e la vendita di auto diesel e benzina entro il 2028, compresi i modelli ibridi, e di impegnarsi a produrre veicoli elettrici più piccoli, leggeri, ed efficienti dal punto di vista energetico.

lunedì 9 settembre 2019

Turchia, sito illegale di stoccaggio rifiuti italiani


A seguito di un’indagine congiunta di Greenpeace Italia e Greenpeace Turchia, condotta nella provincia di Smirne, che ha portato alla scoperta di un sito illegale di stoccaggio di rifiuti in plastica - verosimilmente provenienti dalla raccolta differenziata dei rifiuti urbani italiani – l’organizzazione ambientalista ha presentato una denuncia penale alle autorità turche competenti. 

Secondo quanto riportato dai media turchi, e come testimoniano le immagini raccolte, sembrerebbe trattarsi in prevalenza di film plastici flessibili eterogenei, presumibilmente provenienti dall’Italia. Tra i rifiuti fotografati sono infatti chiaramente visibili etichette in italiano appartenenti a diverse marche presenti nel nostro Paese. 


  
Le testimonianze fotografiche del sito illegale di stoccaggio sono state raccolte da Greenpeace presso una fattoria ad est della città turca. Secondo la testimonianza del proprietario dell’area, un imprenditore italiano avrebbe affittato una porzione di terreno sulla quale ha successivamente abbandonato almeno cinquanta balle di rifiuti plastici, per poi rendersi irreperibile. 

«Troviamo inaccettabile che la Turchia diventi la discarica di rifiuti italiani poco idonei al riciclo. Le nostre immagini mostrano come gli sforzi quotidiani di migliaia di cittadini nel separare e differenziare i rifiuti in plastica vengano vanificati da pratiche illegali come quella documentata», dichiara Giuseppe Ungherese, responsabile campagna Inquinamento di Greenpeace Italia. «Questo dovrebbe farci riflettere sul fatto che riciclare la plastica non è sufficiente. Per evitare che situazioni come questa possano verificarsi in futuro, è necessario ridurre subito e drasticamente la produzione di plastica a partire dall'usa e getta».



In Italia, i rifiuti urbani costituiti da imballaggi in plastica vengono gestiti in più del 90 per cento dei comuni da Corepla, il Consorzio Nazionale per la raccolta, il riciclo e il recupero degli imballaggi in plastica. La parte restante, invece, è invece gestita da operatori di raccolta indipendenti. 

«Chiediamo a Corepla, e gli altri operatori che si occupano della raccolta e recupero degli imballaggi in plastica, quali garanzie sul controllo della filiera possono darci per escludere che ciò che abbiamo documentato in Turchia non provenga dalla raccolta differenziata da loro operata», conclude Ungherese.

giovedì 1 agosto 2019

La seconda foresta tropicale dell'America Latina deforestata per la produzione di carne




Alcune grandi aziende argentine dedite alla produzione e alla lavorazione di carne sono legate alla deforestazione del Gran Chaco - la più grande foresta tropicale secca del Sud America e la seconda più grande foresta tropicale dell’America Latina dopo l'Amazzonia - ed esportano carne in Europa e Israele. Lo denuncia Greenpeace, che pubblica oggi il rapporto “Foreste al macello”, frutto di un'indagine durata oltre un anno.

Il Gran Chaco copre un'area di oltre 1,1 milioni di chilometri quadrati e interessa tre nazioni: Argentina, Paraguay e Bolivia. È la casa di 4 milioni di persone, circa l’8 per cento sono appartenenti a Popoli Indigeni; il loro sostentamento, la cultura e le tradizioni dipendono dalla foresta.
“Nel Gran Chaco si registra uno dei più alti tassi di deforestazione nel mondo, principalmente a causa dell’espansione indiscriminata delle piantagioni di soia geneticamente modificata e degli allevamenti” dichiara Martina Borghi, campagna foreste di Greenpeace Italia. “Questo problema è particolarmente evidente in Argentina, un Paese che si è affermato come importante produttore, consumatore ed esportatore di carne bovina e che attualmente è il sesto Paese al mondo sia per numero di capi di bestiame che per produzione ed esportazione di carne”.

Secondo i dati del ministero dell’Ambiente argentino, nel Paese, tra il 1990 e il 2014, sono stati distrutti 7.226.000 ettari di foreste, una superfice equivalente a Olanda e Belgio messi insieme. L’80 per cento di questa deforestazione si concentra in quattro province del nord del Paese: Santiago del Estero, Salta, Chaco e Formosa.  
“Il giaguaro, un animale emblematico che un tempo popolava vaste aree del Centro e del Sud America, rischia di scomparire. Si stima che nella regione argentina del Gran Chaco ne rimangano meno di venti” afferma Borghi.  “Per salvarli, Greenpeace Argentina, rappresentata da un gruppo di avvocati, sta chiedendo alla Corte Suprema del Paese di riconoscere i diritti legali del giaguaro. Se entità inanimate come aziende e società possono vedere riconosciuti i propri diritti, anche le specie viventi presenti in natura dovrebbero avere questa possibilità”.

Nel 2018 l’Argentina è stata il secondo esportatore di carne in Europa, dopo il Brasile. Negli anni le esportazioni hanno avuto un trend gradualmente crescente. Secondo l’Eu Meat Market Observatory della Commissione Ue, nei primi due mesi del 2019 l’Argentina è stata il principale fornitore in Europa di carne bovina fresca e macinata “Lo scorso anno l’Italia ha importato dall’Argentina 5.800 tonnellate di carne fresca, diretta principalmente in Emilia-Romagna, che ospita gran parte delle aziende di trasformazione e distribuzione di carne” dichiara Borghi.

La situazione è però destinata a diventare ancor più allarmante. Recentemente, l’Unione europea e il Mercosur - il gruppo composto da Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay, riuniti nel mercato comune dell'America meridionale - sono giunti a siglare un accordo di libero scambio dopo un negoziato avviato nel 1999. Attraverso questo accordo, i due blocchi sono determinati, fra l’altro, ad incrementare gli scambi aumentando l’importazione in Europa di materie prime agricole dal Sud America, con notevoli rischi per l’ambiente e i diritti umani. Tra i prodotti in questione ci sono infatti carne bovina, pollame e soia OGM (destinata alla mangimistica), prodotti che si collocano al primo posto fra le cause della distruzione delle foreste sudamericane.

“Alle aziende che esportano e importano carne dall'Argentina chiediamo di rendere la propria filiera trasparente e libera dalla deforestazione e dalla violazione dei diritti umani. Anche l’Unione europea dovrà fare la sua parte, con una normativa in grado di garantire che i prodotti che acquistiamo in Europa non abbiamo avuto gravi impatti su ambiente e diritti umani in altre parti del Pianeta. Le foreste catturano circa un terzo dell’anidride carbonica rilasciata ogni anno a causa della combustione di gas, petrolio e carbone. Se vogliamo evitare l’aumento delle temperature oltre il grado e mezzo, dobbiamo esigere che ciò che resta delle foreste venga protetto” conclude Borghi.


Leggi il rapporto “Foreste al macello” (in inglese):
http://greenpeace.org.ar/pdf/2019/07/REPORT%20Slaughtering%20the%20Chaco%20forests%20FINAL.pdf

martedì 23 luglio 2019

Greenpeace: "Oceani danneggiati da estrazioni di metalliin acque profonde"



Gli oceani del Pianeta potrebbero subire gravi e irreversibili danni dall’avvio di estrazioni minerarie in alto mare. È quanto emerge da “In acque profonde”, report di Greenpeace International che rivela come l’industria dell’estrazione mineraria in alto mare sia consapevole e noncurante del fatto che queste attività potrebbero portare all’estinzione di specie uniche. Per questo Greenpeace invita le Nazioni Unite a stipulare un solido Trattato globale sugli Oceani, che sia in grado di dare priorità alla conservazione di questi ecosistemi e non al loro sfruttamento.
«Gli abissi sono il più grande ecosistema del Pianeta, nonché la casa di creature uniche che a malapena conosciamo. L’avidità di questo nuovo settore industriale potrebbe distruggere le meraviglie presenti sui fondali degli oceani prima ancora di avere la possibilità di osservarle e studiarle» dichiara Louisa Casson, della campagna Protect the Oceans di Greenpeace.
Ad oggi, solo circa lo 0,0001% dei fondali degli abissi è stato esplorato o campionato. Il report di Greenpeace mette in guardia dalle inevitabili minacce alla vita marina in vaste aree degli oceani del Pianeta che potrebbero derivare dalle operazioni minerarie e dall’inquinamento da sostanze tossiche, se i governi permetteranno che l’estrazione in acque profonde inizi. Le attività minerarie potrebbero inoltre amplificare il fenomeno del cambiamento climatico causando il rilascio di carbonio intrappolato nei sedimenti marini o interrompendo quei processi che facilitano la cattura di carbonio nei sedimenti marini profondi.
Anche se le attività commerciali di estrazione mineraria non sono ancora iniziate, sono già state rilasciate 29 licenze di esplorazione a Paesi come Cina, Corea, Regno Unito, Francia, Germania e Russia, che hanno rivendicato vaste aree del Pacifico, dell’Atlantico e dell’Oceano Indiano, per una copertura complessiva di circa un milione di kilometri quadrati, pari quasi a due volte la superficie della Spagna.
Il report di Greenpeace sottolinea anche la debolezza dell’attuale governance oceanica, con l’International Seabed Authority (ISA), l’organismo delle Nazioni Unite incaricato di regolamentare l’industria dell’estrazione mineraria in alto mare, che dà priorità agli interessi delle imprese a discapito della protezione marina.
«È essenziale che i governi si accordino su un trattato ONU abbastanza forte da aprire la strada alla creazione di un network di santuari oceanici inaccessibili ad ogni forma di sfruttamento industriale, inclusa l’estrazione mineraria in alto mare», continua Casson. «È inoltre necessario imporre standard ambientali ben più alti per qualsiasi attività di questo tipo al di fuori di questi santuari».
Per chiedere ai principali marchi tecnologici mondiali di prendere le distanze dall'estrazione mineraria in alto mare, Greenpeace ha di recente lanciato una campagna per chiedere agli utenti di marchi come Apple, Google, Microsoft e HP di invitare questi giganti tecnologici a escludere qualsiasi uso futuro di metalli e minerali estratti dalle profondità oceaniche per la fabbricazione dei propri prodotti.

Greenpeace sostiene la transizione verso un mondo rinnovabile al 100 per cento entro il 2050 e incoraggia i governi, i produttori e i consumatori ad adottare modelli di economia circolare più sostenibili che riducano la necessità di estrarre metalli e minerali. I marchi e i produttori devono concentrarsi maggiormente sulla progettazione dei prodotti, riducendo la necessità di nuove materie prime rendendo i prodotti più durevoli, riparabili, riutilizzabili e riciclabili.

Leggi il report “In acque profonde”

giovedì 6 giugno 2019

Plastica, Greenpeace naviga nell'hotspot del Tirreno


«Una vera e propria “zuppa di plastica”, insieme a materiale organico di vario tipo, è quello che abbiamo trovato oggi nel Mar Tirreno, nella zona tra Elba-Corsica-Capraia all’interno del Santuario dei Cetacei. Bottiglie, contenitori in polistirolo utilizzati nel settore della pesca, flaconi, buste e bicchieri di plastica… per lo più imballaggi che vengono usati per pochi minuti ma restano in mare per decenni, hanno accompagnato la nostra navigazione», dichiara Giuseppe Ungherese, responsabile Campagna Inquinamento di Greenpeace Italia. 
Greenpeace, con il CNR-IAS di Genova e l’Università Politecnica delle Marche, sta percorrendo il Mar Tirreno centrale per monitorare lo stato di inquinamento dei nostri mari.
«Quello che abbiamo documentato dimostra come la plastica sia ovunque, anche in aree che sulla carta dovrebbero essere protette, come il Santuario Pelagos. In questo tratto di mare, per una convergenza di correnti, si crea un hotspot di plastica che si estende in uno spazio di alto valore naturalistico per la presenza di numerose specie di cetacei. Abbiamo effettuato dei campionamenti con i ricercatori a bordo per verificare anche la presenza di microplastiche: i risultati saranno noti nei prossimi mesi», aggiunge Ungherese.
Con una petizione sottoscritta da più di tre milioni di persone in tutto il mondo Greenpeace chiede ai grandi marchi di ridurre drasticamente la produzione di plastica, a partire dall’usa e getta. «Solo così possiamo davvero intervenire sul problema e salvare i nostri mari e le specie che lo popolano».

Il Tour MayDaySOSPlastica si concluderà l’8 giugno, Giornata mondiale degli Oceani, all’Argentario.

mercoledì 13 febbraio 2019

Prebiotic Collection, Pierpaoli firma una linea fresca e delicata che ho testato per voi



Curiosando sul web ho conosciuto l’azienda eco-bio Pierpaoli. Una realtà 100% italiana che si è posta l’obiettivo di offrire prodotti eco-sostenibili con un ottimo rapporto qualità prezzo, in modo da permetterne l’uso a qualunque famiglia. Per farlo ha investito (e tuttora investe) in ricerca, tecnologia, attrezzature e materiali di primissima qualità. L’avventura di Pierpaoli comincia agli inizi del ‘900 con la produzione e il commercio di prodotti per la pulizia della casa fino ad arrivare ai prodotti per la cura della persona certificati attraverso il controllo dell’intera filiera, dalle materie prime e della formulazione del prodotto finito. Nel 2005 l’Azienda si è orientata definitivamente verso la produzione ecologica e biologica, creando la prima linea di igiene persona e detergenza casa equosolidale e eco-bio tutt’ora distribuita nella “Botteghe del Mondo” italiane. I prodotti Pierpaoli sono registrati presso The Vegan Society nel Regno Unito.

Ho avuto l’opportunità di testare alcuni prodotti della nuova linea Prebiotic Collection arricchita per l’appunto da un complesso di Prebiotici, sostanze organiche di derivazione vegetale che migliorano il microbiota naturale della pelle, essenziale per difendere la barriera cutanea. L’intera linea (di cui anche il packaging è  green) possiede le certificazioni Vegan ed Eco Cert. 

Dei 14 prodotti disponibili ho testato:



 L’ho apprezzata dal primo utilizzo. È davvero delicatissima, così come il suo profumo, ma non per questo non deterge in profondità. Usata con acqua tiepida ed un piccolo massaggio garantisce assoluta morbidezza alla pelle (anche stressata o con imperfezioni). È certamente indicata per tutte le pelli sensibili. L’olio d’oliva e l’estratto di fico d’India biologico assicurano il giusto livello d’idratazione e regolano l’eccesso di sebo. Prezzo 12,90€. CONSIGLIATA.



È una crema altamente nutriente da usare su viso e collo. Si stende facilmente e lascia sulla pelle un delicato ma gradevole odore. Olio di fico d’india biologico, acidi grassi e acido ialuronico garantiscono un’idratazione prolungata e preparano ottimamente la pelle al trucco. Ho provato ad usarla anche di sera in generosa quantità (modalità maschera) tenendola in posa circa 20 minuti, l’ho massaggiata accuratamente e il mattino seguente il viso era davvero morbidissimo e setoso. Formulata al 100% con ingredienti naturali. Prezzo 23,90 €. CONSIGLIATA




Questo detergente delicato a pH isolacrimale è particolarmente indicato per l’igiene quotidiana dei neonati e dei bambini ma non per questo non può utilizzarlo anche un adulto, specie se con pelle sensibile o se si desidera acquistare un prodotto da bagno per uso quotidiano ultra delicato e non aggressivo. L’estratto di albero delle farfalle lenisce la pelle e la rende morbida sia durante che dopo la detersione. Essendo una mousse andrà erogata più volte per una detersione completa e senza schiuma. Prezzo 11,90 €. CONSIGLIATA.



Il baby shampoo è formulato a pH isolacrimale per garantire un’ottima pulizia dei capelli a prova di lacrime (detto fatto!). È molto cremoso quindi ideale per massaggiare e allo stesso tempo detergere la cute dei bambini che – proprio come noi – meritano (e adorano) i momenti relax. La fragranza è delicatissima ma i capelli una volta asciutti profumano di pulito 100% naturale. Prezzo 12,90 €. CONSIGLIATO.


Dopo questa positiva esperienza da tester posso certamente affermare che acquisterò altri prodotti sullo shop Pierpaoli che, come avrete modo di vedere, è davvero fornito di prodotti di alta qualità e certamente fantastici come questi che ho testato.

E voi avevate già provato i prodotti Pierpaoli? Scrivetemi nei commenti la vostra esperienza o i vostri preferiti.

ce siete soliti informarvi sulle certificazioni in possesso delle aziende, Cliccando su questo link potete scoprire tutte quelle di Pierpaoli. https://www.pierpaoli.com/certificazioni/

venerdì 8 febbraio 2019

Trivelle: Greenpeace, WWF e Legambiente aperte al confronto con Governo e forze sociali


Una battaglia di retroguardia a spese del Paese quella sostenuta da aziende e sindacati di categoria in difesa delle trivellazioni, basata su valutazioni economiche ampiamente fittizie e su tre grandi mistificazioni. Lo sostengono Greenpeace, Legambiente e WWF, che ricordano, innanzitutto, come: non esista alcun provvedimento di blocco dell’estrazione di idrocarburi gassosi o liquidi in Italia, ma solo la sospensione per 18 mesi di poche decine di permessi di prospezione e ricerca in vista della definizione di un Piano delle aree, che era stato previsto già dal 2014 e poi, inspiegabilmente cancellato nel 2016; non esiste, quindi, alcuna ricaduta di massa sui livelli occupazionali nel settore della produzione di oil and gas in Italia; non esiste nel nostro Paese un ricco e diversificato settore dedicato alla estrazione di idrocarburi, ma, a fronte di riserve di idrocarburi comunque scarse,  presenta un una situazione di assoluta predominanza in capo a quella che sostanzialmente è ancora una azienda di Stato, cioè all’ENI e alle sue associate che controllano l’85% delle piattaforme petrolifere offshore e l’assoluta maggioranza delle trivellazioni a terra.

Le tre associazioni, in vista anche della mobilitazione sindacale del 9 febbraio, confermano il loro impegno nel contribuire alla sicurezza ambientale ed energetica del Paese, che è possibile solo emancipandolo dalle fonti fossili e si dichiarano pronte al confronto con le forze sociali, in particolare con i sindacati sul futuro energetico del Paese e sulle nuove frontiere economiche ed occupazionali in campo energetico. Le tre associazioni chiedono inoltre al Governo che la redazione del Piano per la Transizione Energetica Sostenibile delle Aree Idonee (PiTESAI), previsto dal decreto semplificazioni, sia coerente con l’obiettivo della decarbonizzazione fissato dalla Strategia Energetica Nazionale (SEN), con le indicazioni che emergeranno dal Piano Energia e Clima, in attuazione dell’Accordo di Parigi e con il corretto recepimento della nuova direttiva comunitaria sulle rinnovabili (c.d. RED2).

Greenpeace, Legambiente e WWF riguardo alle prospettive del settore energetico e il peso su Sistema Italia del settore delle trivellazioni oil and gas, ricordano che il settore è ormai in declino, condannato anche dai rischi crescenti di risarcimenti per i danni causati dal cambiamento climatico. Sono questi rischi, e la crescita impetuosa di tecnologie innovative – una partita dalla quale l’Italia rischia di auto escludersi con un clamoroso harakiri – che stanno spingendo gli investitori lontani dalle fonti fossili. Abbiamo già perso tempo per immaginare una prospettiva di lungo respiro per riqualificare i lavoratori del settore oil &gas: continuando a promettere vita eterna a un comparto in agonia non gli faremo di certo un favore. Ci saremmo aspettati una maggiore reazione da parte del sindacato quando, negli scorsi anni, in Italia sono stati distrutti migliaia di posti di lavoro nel settore delle energie rinnovabili, causati da interventi legislativi miopi e perfino retroattivi, ai danni di centinaia di piccole e medie aziende italiane.

Scheda tecnica

Greenpeace, Legambiente e WWF ricordano alle forze sociali quali siano le prospettive del settore energetico e il peso sul Sistema Italia del settore dell’estrazione di idrocarburi liquidi e gassosi.

Prospettive del settore energetico – In Italia, nonostante la contrazione degli incentivi (che ha portato un taglio netto di 2 miliardi circa tra il 2016 e il 2017, da 14,4 mld del 2016 ai 12,5 mld del 2017), il GSE/Gestore dei Servizi Energetici registra nel 2018 la performance molto positiva delle fonti rinnovabili che già nel 2015, con il raggiungimento di una quota del 17,7%, ha consentito di raggiungere e superare, con 5 anni di anticipo, il target al 2020 del 17% di penetrazione sui consumi energetici complessivi, mentre le rinnovabili coprono già il 31% del consumo interno lordo di energia elettrica 2017. Un settore in pieno sviluppo quelle delle rinnovabili e dell’efficienza energetica in Italia nel quale nei prossimi anni si prevedono investimenti per 145 miliardi di euro, come attesta la SEN 2018. Questo quando, come ci ricorda l’OCSE, l’Italia è un Paese che produce piccoli volumi di gas naturale e petrolio e che, come ricordato da dati storici prodotti dal Ministero dello Sviluppo Economico nei nostri fondali marini ci sono 10,3 milioni di tonnellate di petrolio di riserve certe, che stando ai consumi attuali, coprirebbero il fabbisogno nazionale per sole 7 settimane, mentre quelle di gas a mare coprirebbero un fabbisogno di circa 6 mesi. E se si attingesse anche alle riserve di petrolio presenti nel sottosuolo, concentrate soprattutto in Basilicata, le riserve di greggio a mare e a terra verrebbero consumate in appena 13 mesi.

Il peso sul Sistema Italia dei trivellatori – Il settore delle trivellazioni in Italia è ampiamente favorito da meccanismi fiscali, che sia l’OCSE che la Banca Mondiale chiedono di cancellare, di abbattimento dei costi di produzione che ricadono su tutti i cittadini. Nel nostro Paese le aziende estrattive a mare non pagano royalty (10%) entro 80.000.000 Smc (metri cubi standard), e entro 50.000 tonnellate di petrolio (7%), mentre a terra non si pagano le royalty (10%) entro 25.000.000 Smc e entro 20.000 tonnellate petrolio (10%). Questo comporta, come rilevato ad ultimo nel 2015 dalle associazioni che: su 123 concessioni operanti delle 202 presenti in terra e in mare in Italia solo 30 superavano la franchigia oltre la quale si dovevano versare le royalty e che tra il 2017 e i primi tre trimestri del 2018 la franchigia è stata applicata solo al 27% della produzione italiana di gas offshore e al 22% circa della produzione offshore di petrolio. Si aggiunga, poi, che il settore gode anche di incentivi per le ricerche di prospezione e per la coltivazione dei cosiddetti giacimenti marginali e per la coltivazione dei cosiddetti giacimenti marginali e agevolazioni sul gasolio utilizzato nelle attività di ricerca e coltivazione di idrocarburi.  Si aggiunga poi che il costo annuale delle concessioni nel nostro Paese, prima dell’aumento di 25 volte previsto nel decreto semplificazioni era di circa 100/200 volte inferiore a quello applicato in Olanda per le attività di prospezione e ricerca e di circa 12 volte per le concessioni produttive. Il prelievo fiscale su queste attività si aggira tra il 50 e il 68%, quando in Norvegia (maggiore produttore europeo di idrocarburi) si aggira attorno al 78% e nel Regno Unito tra il 68 e l’82%.