giovedì 26 marzo 2020

Australia, nuovo sbiancamento della barriera corallina


La Grande Barriera Corallina australiana è stata colpita da un nuovo fenomeno di sbiancamento massiccio dei coralli, il terzo in cinque anni dopo quello del 2016 e del 2017, a causa delle temperature elevate dell’oceano che si stanno registrando.

L’annuncio dell’Agenzia responsabile del Parco Marino della Grande Barriera Corallina arriva oggi, dopo l’allarme lanciato in questi giorni dai ricercatori del Centro di eccellenza per gli studi della barriera corallina della James Cook University, che stanno conducendo dei sorvoli su tutta l’area per valutare il fenomeno. Lo studio si concluderà nei prossimi giorni ma ha già evidenziato fenomeni di esteso sbiancamento sia nelle aree più vicine alla costa della Barriera al nord, e in aree che non erano state toccate da precedenti fenomeni di sbiancamento al sud.

La causa principale del fenomeno è l’aumento delle temperature, particolarmente elevate in Australia a febbraio, che ha portato a un drastico aumento anche delle temperature marine. A causa dello stress termico i coralli espellono le alghe (zooxanthellae) che vivono nei loro tessuti, causandone lo sbiancamento. Se le temperature non tornano alla normalità entro le 6-8 settimane, i coralli muoiono. I coralli possono sopravvivere a un fenomeno di sbiancamento, ma subiscono comunque un notevole stress. Nel 2016, il 93 per cento dei coralli della Grande Barriera Corallina è stato soggetto a sbiancamento, e il 22 per cento è poi morto, con aree colpite in modo severo dallo sbiancamento che hanno visto la morte fino al 50-90 per cento dei coralli presenti.



“I cambiamenti climatici stanno minacciando questo ecosistema unico, mettendo a rischio le comunità locali e gli operatori turistici che dipendono dalla conservazione della barriera corallina, ancora di più in questo momento in cui il Covid19 mette a rischio il loro lavoro” commenta Giorgia Monti, campagna Mare di Greenpeace Italia.

La Grande Barriera Corallina è uno dei parchi più conosciuti al mondo e contribuisce in maniera significativa all’economia australiana. Greenpeace Australia chiede al governo federale, nel momento in cui vengono prese misure di stimolo all’economia di non sostenere l’industria del carbone e promuovere la riduzione delle emissioni di anidride carbonica, che sono la principale minaccia per la barriera.

“Da anni gli esperti ci mettono in guardia sugli impatti del cambiamento climatico sulle barriere coralline tropicali. Quanti altri campanelli d’allarme dobbiamo aspettare prima di fare le scelte giuste? Dimezzare le emissioni di gas serra e tutelare le zone più sensibili dei nostri mari è l’unico modo di evitare che ecosistemi così preziosi scompaiano con gravi conseguenze anche per l’uomo” conclude Monti.


giovedì 19 marzo 2020

Scarica gratis il libro "La terra è più calda. Come e perchè sta cambiando il clima"


Per aiutare i ragazzi che si trovano a casa, alle prese con compiti e ricerche, Greenpeace mette a disposizione gratuitamente sul proprio sito un libro divulgativo sui cambiamenti climatici.

Si intitola “LA TERRA È PIÙ CALDA. Come e perché sta cambiando il clima”, è stato realizzato con il contributo di esperti di comunicazione e corredato di immagini, giochi e quiz. Il contenuto, ricco e stimolante, sarà probabilmente di aiuto a tutta la famiglia che vuole saperne di più, nonni inclusi, anche se è stato pensato in particolare per ragazzi della scuola media e del biennio delle superiori.

Che differenza c’è tra meteo e clima? Se gli inglesi coltivavano la vite già nel Medioevo, che era più caldo di oggi, vuol dire che il clima è sempre cambiato? Davvero nel 1816 non c’è stata estate, come mai?

“C’è sempre più consapevolezza tra i giovani dell’urgenza di combattere i cambiamenti climatici, come dimostrano i Fridays for Future che, anche in questo periodo difficile, non hanno smesso di incontrarsi e scioperare virtualmente” dichiara XXX. “Con questa pubblicazione vogliamo rispondere alle tante domande sul clima che i ragazzi spesso ci rivolgono, ma anche offrire uno strumento in più per chi vuole approfondire on line in questo periodo in cui anche la didattica, alla quale certo non vogliamo sostituirci, è obbligata a utilizzare questa modalità”.

martedì 17 marzo 2020

Coronavirus e futuro


Come ormai quasi tutti gli esperti dicono, la pandemia di COVID-19, determinata dal coronavirus (o SARS-CoV-2), ha molto a che fare con l’ambiente e con le campagne di Greenpeace. Giovanni Maga, direttore dell’Istituto di Genetica molecolare del CNR-IGM di Pavia, spiega per esempio che i fattori coinvolti nella crescente frequenza di epidemie degli ultimi decenni sono molteplici: «Cambiamenti climatici che modificano l’habitat dei vettori animali di questi virus, l’intrusione umana in un numero di ecosistemi vergini sempre maggiore, la sovrappopolazione, la frequenza e rapidità di spostamenti delle persone».

È uno scenario che conosciamo bene, purtroppo. In un rapporto del 2007 sulla salute nel Ventunesimo secolo, l’Organizzazione mondiale della sanità – la stessa che pochi giorni ha definito ufficialmente quella del coronavirus una “pandemia” – avvertiva che il rischio di epidemie virali cresce in un mondo dove il delicato equilibrio tra uomo e microbi viene alterato da diversi fattori, tra i quali i cambiamenti del clima e degli ecosistemi. Altri coronavirus come SARS e MERS, e virus particolarmente gravi come HIV ed Ebola, sono lì a testimoniarlo.


Un campanello d’allarme

La diffusione di questi nuovi virus, in poche parole, sarebbe l’inevitabile risposta della natura all’assalto dell’uomo, come spiega la virologa Ilaria Capua, che dal 2016 dirige uno dei dipartimenti dell’Emerging Pathogens Institute dell’Università della Florida: «Tre coronavirus in meno di vent’anni rappresentano un forte campanello di allarme. Sono fenomeni legati anche a cambiamenti dell’ecosistema: se l’ambiente viene stravolto, il virus si trova di fronte a ospiti nuovi». In altre parole, distruggere la natura finisce quasi sempre per avere un impatto sulla nostra salute: «Se intervieni su un ecosistema e, nel caso, lo danneggi, questo troverà un nuovo equilibrio. Che spesso può avere conseguenze patologiche sugli esseri umani».

È un meccanismo che viene raccontato benissimo da David Quammen, l’autore di “Spillover. L’evoluzione delle pandemie”, saggio che in queste settimane è letteralmente andato a ruba in tutte le librerie italiane. Lo cito parola per parola, da una intervista che ha appena concesso a Wired: «Le ragioni per cui assisteremo ad altre crisi come questa nel futuro sono che 1) i nostri diversi ecosistemi naturali sono pieni di molte specie di animali, piante e altre creature, ognuna delle quali contiene in sé virus unici; 2) molti di questi virus, specialmente quelli presenti nei mammiferi selvatici, possono contagiare gli esseri umani; 3) stiamo invadendo e alterando questi ecosistemi con più decisione che mai, esponendoci dunque ai nuovi virus e 4) quando un virus effettua uno “spillover” , un salto di specie da un portatore animale non-umano agli esseri umani, e si adatta alla trasmissione uomo-uomo, beh, quel virus ha vinto la lotteria: ora ha una popolazione di 7.7 miliardi di individui che vivono in alte densità demografiche, viaggiando in lungo e in largo, attraverso cui può diffondersi».

Se si presta bene attenzione, il rischio di “spillover” è grande quanto il globo. Nel caso del coronavirus, le ricerche si concentrano sulla giungla della Cina e sulle popolazioni di pipistrelli locali. Ma nei casi di epidemie recenti, il virus sarebbe stato trasmesso da altri animali selvatici: civetta delle palme, dromedari, primati. E i luoghi di origine sono associati ai deserti del Medio Oriente o alle foreste tropicali dell’Africa, così come nuove patologie possono emergere, ed emergono, tanto dall’Amazzonia quanto dalle foreste dell’Australia. Anche il micidiale virus Ebola sarebbe arrivato all’essere umano grazie a un salto di specie, e per quanto ancora l’origine non sia certa, gli scienziati sospettano sempre di più dei pipistrelli: che sono mammiferi come noi, ma volano.


Crisi climatica e virus antichi

Ma il rischio potenziale potrebbe anche essere più esteso, assumendo una “dimensione temporale”. Lo scioglimento di ghiacci e ghiacciai, infatti, potrebbe rilasciare virus molto antichi e pericolosi. Nel gennaio 2020, per esempio, un team di scienziati cinesi e statunitensi ha comunicato di avere rintracciato all’interno di campioni di ghiaccio di 15 mila anni fa, prelevati dall’Altopiano tibetano, ben 33 virus, 28 dei quali sconosciuti. Tracce del virus della Spagnola sono state ritrovate congelate in Alaska, mentre frammenti di DNA del vaiolo sono riemersi dal permafrost nella Siberia nord-orientale. Proprio il permafrost rappresenta un ambiente perfetto per conservare batteri e virus, almeno fin quando non interviene il riscaldamento globale a liberarli. E che ciò possa avvenire lo testimonia un episodio dell’estate del 2016, quando – sempre in Siberia – l’antrace ha ucciso un adolescente e un migliaio di renne, oltre a infettare decine di persone.

Clima e infezioni viaggiano insieme. A evidenziarne il legame, per esempio, è il “Lancet Countdown Report 2019”, che associa i cambiamenti climatici proprio a un’aumentata diffusione delle patologie infettive: in un pianeta più caldo, virus, batteri, funghi, parassiti potrebbero trovare condizioni ideali per esplodere, diffondersi, ricombinarsi, con un aumento tanto della stagionalità quanto della diffusione geografica di molte malattie. È un rischio che a Greenpeace abbiamo identificato per tempo: già nel “Rapporto Greenpeace sul riscaldamento della Terra” – che compie trent’anni tondi, essendo del 1990 – l’epidemiologo Andrew Haines, che successivamente sarebbe diventato direttore della London School of Hygiene & Tropical Medicine, avvertiva che tra gli effetti secondari dei cambiamenti climatici «la diffusione dei vettori di malattie dovrebbero essere causa di preoccupazione».

In poche parole, se per il coronavirus il meccanismo identificato dagli scienziati è quello di un salto di specie innescato dalla promiscuità con animali selvatici, amplificato dalla concentrazione di popolazione nelle megalopoli e trasportato dalla globalizzazione, la crisi climatica potrebbe offrire scenari ancora più pericolosi. Ovvero il riemergere dai ghiacci dei Poli o dai ghiacciai dell’Himalaya di virus che il loro “spillover” lo hanno effettuato in tempi remoti e che pensavamo di avere debellato per sempre. O, peggio ancora, di patologie che non conosciamo affatto.

venerdì 28 febbraio 2020

Dal governo italiano un importante impegno per la tutela del mare


Greenpeace accoglie con favore la notizia arrivata ieri da Napoli dove, durante il vertice tra Italia e Francia, il governo ha annunciato l’impegno di arrivare a un “30% di aree protette marine e terrestri entro il 2030”. Un impegno adottato dai due Paesi in un momento particolarmente importante: nel 2020 dovranno essere prese a livello globale decisioni ambiziose per poter garantire al Pianeta un futuro.

L’annuncio è arrivato mentre a Roma, presso la FAO, delegazioni di oltre 190 Paesi stanno discutendo gli impegni da adottare durante la prossima riunione della Convenzione della Biodiversità, che si terrà a ottobre in Cina, per la tutela della biodiversità del Pianeta, compresa quella marina.

«L’impegno dell’Italia di avere almeno il 30 per cento di aree protette in mare entro il 2030 arriva in un momento cruciale per la sopravvivenza dei mari, stremati da attività umane distruttive come le trivellazioni, l’inquinamento da plastica e la pesca eccessiva, e adesso sempre più minacciati dal cambiamento climatico», dichiara Giorgia Monti responsabile della campagna mare di Greenpeace Italia. «È importante adesso sostenere questo impegno in sede internazionale e lavorare per sviluppare meccanismi efficaci per metterlo in pratica e proteggere davvero le aree più sensibili».

Un rapporto pubblicato dall’ONU lo scorso maggio parla, infatti, di un milione di specie a rischio estinzione a causa dall'impatto umano, più che in ogni altro periodo della nostra storia. Tra queste, circa il 40 per cento riguarda specie di anfibi e un terzo dei mammiferi marini. A settembre, un rapporto dell’IPCC, ha lanciato un nuovo grave allarme su come i cambiamenti climatici stiano compromettendo seriamente i nostri oceani, accentuando l’impatto delle altre attività umane.

Per Greenpeace però le soluzioni esistono, è necessario da un lato tagliare le emissioni dei gas serra e dall’altro proteggere, come dichiarato oggi dall’Italia, almeno un terzo dei nostri mari entro il 2030 con una rete di aree protette. Un obiettivo che gli scienziati definiscono “cruciale” per proteggere l’ecosistema marino e contribuire a mitigare gli impatti dei cambiamenti climatici.

«Il 2020 è un anno decisivo per i nostri oceani. A livello internazionale possono infatti esser prese decisioni destinate a influenzare il loro futuro per sempre», continua Monti. «Davanti alle drammatiche evidenze degli ultimi anni, gli impegni devono essere trasformati in azioni concrete. I governi di tutto il mondo devono rimboccarsi le maniche per fare quello che chiediamo da anni: istituire una rete di aree che siano veramente protette. Confidiamo che l’Italia, dopo questa dichiarazione, lavori in maniera attiva in tale direzione a livello internazionale, comunitario e nazionale. C’è bisogno di un’azione coordinata e globale per salvare gli oceani del Pianeta» conclude Monti.

A fine marzo si terranno i negoziati finali per definire un accordo ONU per la tutela degli oceani. È fondamentale che tale trattato preveda la possibilità non solo di istituire aree protette ma anche quella di sviluppare concrete misure per proteggerle. I mari del Pianeta non hanno bisogno di altri parchi “carta”, come il Santuario Pelagos, ma di aree dove a tartarughe, delfini e tutti i suoi abitanti sia garantito di poter sopravvivere. Oltre 2 milioni e 5 mila persone in tutto il mondo si sono unite alla campagna “Proteggi gli Oceani” di Greenpeace. Milioni di voci per la tutela del mare che l’organizzazione ambientalista porterà ai governi che si riuniranno a New York.

giovedì 16 gennaio 2020

Greenpeace lancia un corto di animazione con la voce di Giorgia: la casa delle tartarughe è in pericolo


Greenpeace lancia oggi “Tartarughe in viaggio”, il corto di animazione realizzato per l’organizzazione dal pluripremiato studio Aardman, creatore tra gli altri di “Galline in fuga” e “Wallace e Gromit”, che mostra come i nostri oceani siano in pericolo e quanto sia importante agire subito per proteggerli.
Con la partecipazione straordinaria dei premi Oscar Olivia Colman and Dame Helen Mirren, per la versione internazionale, e di Giorgia e Adriano Giannini, doppiatori per la versione italiana, il video racconta la storia di una famiglia di tartarughe che tenta di tornare a casa, in un oceano che è sempre più minacciato da cambiamenti climatici, inquinamento da plastica, trivellazioni petrolifere e pesca eccessiva.
La cantautrice Giorgia, doppiatrice di “mamma tartaruga”, dichiara: “Sono felice di dar voce a una tartaruga grazie a Greenpeace. La casa è quanto di più prezioso abbiamo, uno spazio sicuro per noi e la nostra famiglia. Eppure la stiamo togliendo a tartarughe, balene, pinguini e tanti altri animali. Se non agiamo ora, rischiamo di causare danni irreversibili ai nostri oceani e di perdere alcune specie per sempre. Spero che questo corto faccia prendere coscienza a sempre più persone dei danni che stiamo causando al mare".
Negli ultimi 500 anni le popolazioni di tartarughe marine si sono fortemente ridotte, principalmente a causa della caccia. Oggi le principali minacce alla loro sopravvivenza sono la pesca industriale, l’urbanizzazione costiera, l’inquinamento e i cambiamenti climatici.  Le tartarughe marine migrano per migliaia di chilometri attraverso i mari per spostarsi tra le spiagge dove nidificano, le aree dove si accoppiano e quelle più ricche di cibo per alimentarsi. 

In contemporanea all’uscita del corto, Greenpeace lancia oggi i risultati di uno studio realizzato per tracciare le migrazioni delle tartarughe liuto, la specie di tartarughe più grande al mondo, dalle aree di riproduzione in Guyana francese. Lo studio “Turtles Under Threat mostra come a causa dei cambiamenti climatici le tartarughe debbano viaggiare quasi il doppio per raggiungere le aree dove si alimentano consumando una gran quantità di energia. Questo potrebbe avere impatti gravissimi sulla loro già ridotta capacità di deporre uova. Il numero di uova deposte dalle tartarughe marine sulle spiagge della Guyana francese rispetto agli anni Novanta è diminuito di circa 100 volte, con meno di 200 nidi per stagione, rispetto ai 50 mila di allora.

“Sei delle sette specie di tartarughe marine sono minacciate di estinzione e senza un'azione urgente la situazione non potrà che peggiorare. Non c’è più tempo da perdere: i governi di tutto il mondo devono firmare un Accordo Globale che garantisca la reale protezione degli oceani. La comunità scientifica chiede di tutelare almeno il 30 per cento della superficie marina entro il 2030 con una rete di Santuari per permettere alla vita marina di sopravvivere in un mondo sempre più minacciato dalle attività umane, cambiamenti climatici in primis” dichiara Giorgia Monti responsabile Campagna mare di Greenpeace Italia.

Un Accordo Globale sugli oceani verrà definito alle Nazioni Unite quest’anno. Greenpeace ha inviato ieri al Ministero degli Esteri una lettera per chiedere che l’Italia, originariamente uno dei paesi promotori del trattato ma recentemente assente dai negoziati internazionali, assuma una posizione forte a tutela degli oceani.

Leggi il rapporto “Turtles under threat” (in inglese): www.greenpeace.org/international/publication/28181/turtles-under-threat/

venerdì 29 novembre 2019

Vi presento Noah - Scarpe vegane ed ecosostenibili lavorate artigianalmente in Italia



Oggi vorrei parlarvi di Noah (Italian Vegan Shoes), un’azienda di scarpe tedesca che per il disegno e la produzione delle sue calzature si avvale della collaborazione di calzaturifici italiani con lavorazione artigianale. Sono pubblicamente impegnati a produrre in modo responsabile nel rispetto dell’ambiente, degli animali e della salute dell’uomo. Le loro scarpe, infatti, sono vegane o ecosostenibili, realizzate con amore e con materiali duttili, innovativi ed ecologici. Ogni calzatura è prodotta secondo gli alti standard di qualità del più pregiato artigianato italiano, che coniuga sapientemente tradizione ed innovazione

Le scarpe di Noah si distinguono per lavorazione di materiali innovativi in aziende artigianali italiane, creando una combinazione di qualità ed estetica unica nel suo genere. Acquistando e indossando le loro creazioni si sceglie di sostenere la filosofia dell’economia sostenibile.



I MIEI PRIMI ANFIBI VEGANI

Se visitate lo shop online troverete tantissimi modelli uomo/donna, suddivisi per stagione e tipologia. Non solo! Ci sono anche una marea di bellissimi accessori come borse e cinture per rendere unico il vostro look senza voltare le spalle all’ambiente.


Per questa nostra collaborazione ho potuto scegliere un paio di scarpe perciò ho deciso di provare gli anfibi vegani unisex “Claudia&Claudio”, perfetti per l’inverno e le giornate piovose ma penso che andranno benissimo anche nelle giornate primaverili con un vestitino o uno short. 


Sono traspiranti, idrorepellenti, molto morbidi e garantiscono un’ottima tenuta grazie alla suola antiscivolo e al tallone rinforzato. Sembrano scarponcini di pelle ma sono interamente realizzati in micronappa.




CON IL CODICE BLOG10  (DEDICATO ESCLUSIVAMENTE AI LETTORI DI MELA VERDE NEWS) POTETE FARE I VOSTRI ACQUISTI SUL SITI OTTENENDO UNO SCONTO VALIDO FINO AL 31 DICEMBRE 2019




CICLO DI PRODUZIONE


L’intero ciclo di produzione testimonia l’attenzione di NOAH per un impatto ambientale ecosostenibile. Ecco qualche informazione utile:


MATERIALI: la microfibra è bella e molto simile alla pelle, è anche molto leggera, resistente all’usura, traspirante, idrorepellente e anallergica. La colla utilizzata è a base di acqua e non contiene nessuna traccia animale. L’utilizzo di colla è ridotto al minimo e - quando possibile - viene sostituito da cuciture.


TOMAIA: la micronappa è un materiale di microfibra pregiata che ha caratteristiche simili alla nappa. Si tratta di un prodotto di alta tecnologia risultato dalla tessitura di finissime fibre di poliestere. È traspirante, morbida, di lunga vita, idrorepellente e di facile pulizia. Il microsuede è un materiale di microfibra pregiata che ha caratteristiche simili alla pelle scamosciata, risultato anch’esso dalla tessitura di fibre di poliestere. È morbido e piacevole al tatto ma robusto, traspirante e di facile pulizia. Al contrario della pelle scamosciata, non teme il contatto con l’acqua.


SUOLA INTERNA: per le scarpe eleganti viene utilizzata la microfibra, mentre per i modelli sportivi viene spesso utilizzato il sughero


SUOLA ESTERNA: in alcuni modelli sportivi è utilizzato caucciù. Nella maggior parte dei casi si tratta di una mischia di gomme naturali e materiali riciclati.  Le scarpe estive e le ballerine sono prodotte spesso con canapa, lino o cotone ecologici

LINEA ORGANIC BIODEGRADABILE


Ciò che mi ha spinto a voler provare le creazioni di Noah (Italian Vegan Shoes) è che sono realmente impegnati voler ridurre la sofferenza animale e l’inquinamento ambientale (che nel mondo della moda hanno un loro grande peso) riuscendo benissimo a non rinunciare a comfort ed eleganza.



Se siete curiosi visitate il sito https://www.noah-shop.com/it/

lunedì 11 novembre 2019

Come riconoscere i prodotti non testati sugli animali



La legge prevede che cosmetici, detersivi, pesticidi, additivi e prodotti chimici siano testati sugli animali prima di essere commercializzati. I test prevedono che l’animale venga forzato a ingerire o respirare la sostanza fino all’avvelenamento e alla morte. In altri casi si sperimentano gli effetti più nocivi sugli occhi o sulla pelle privata del pelo. 
Ogni anno a causa di questi esperimenti muoiono milioni di animali di tutte le specie.

Fortunatamente sono sempre di più le aziende italiane ed europee che hanno deciso di aderire allo standard "Cruelty Free" non testando nè i prodotti finiti nè i singoli ingredienti.
Da questa volontà sono nate le "Positive List" che includono tutte quelle aziende i cui prodotti non sono testati sugli animali

Da marzo 2013 i test cosmetici su animali e la vendita di prodotti cosmetici e per l’igiene personale testati su animali sono vietati in Europa. Sembrerebbe una buona notizia se non fosse per tre punti da chiarire e non noti a tutti:

- non tutti i prodotti per la pulizia della casa o di uso quotidiani sono inclusi nel divieto;
- molte multinazionali hanno dovuto adeguare parte della loro produzione per il mercato europeo ma continuano a finanziare test su animali in altri paesi del mondo;
- molte multinazionali nonostante il divieto sono coinvolte nella sperimentazione animale in altri settori.

Impariamo a leggere le etichette

Prodotto finito non testato su animali:
significa che gli ingredienti con cui è composto il prodotto possono però essere stati testati su animali. 

Prodotto non testato su animali:
equivale alla scritta sopra, non dà nessuna informazione specifica, il prodotto è l’insieme dei vari componenti, che se di nuova formulazione sono stati testati. 

Testato clinicamente:
significa che il prodotto è stato testato su volontari umani, ma potrebbe essere stato testato anche sugli animali (o potrebbero esserlo stati gli ingredienti)

Testato dermatologicamente:
significa che il prodotto (o gli ingredienti) è stato testato sulla pelle, ma non specifica se di uomini o animali.

Altri prodotti di origine animale in etichetta

grassi animali
olii animali
gelatina animale
acido stearico
glicerina
collagene
placenta
ambra grigia
muschio di origine animale
zibetto
castoreo
latte
panna
siero di latte
uova
lanolina
miele
cera d’api

COME PUOI SAPERE CON CERTEZZA SE UN PRODOTTO E' STATO TESTATO O NO SUGLI ANIMALI? PUOI CONSULTARE UNA DELLE LISTE PRESENTI SU QUESTO SITO 

E AL MOMENTO DELL'ACQUISTO ACCERTATI CHE SULLA CONFEZIONE SIA PRESENTE UNO DI QUESTI TRE SIMBOLI

(NON E' OBBLIGATORIO APPORLO MA SE LO VEDI STAI CERTO CHE L'AZIENDA CHE PRODUCE IL PRODOTTO DI TUO INTERESSE E' 100% CRUELTY FREE E HA TUTTA L'INTENZIONE DI FARTELO SAPERE. DOPOTUTTO SE APPOGGI UNA FILOSOFIA PERCHE' NON DOVRESTI FARLO SAPERE?) 

lunedì 4 novembre 2019

Greenpeace su plastic tax: "Giusta ma mancano incentivi alle alternative"


Greenpeace interviene sul dibattito in corso sulla plastic tax.
“Riteniamo che tassare la plastica sia sicuramente giusto, e con tale provvedimento il governo finalmente prende atto che questo materiale è problematico per l’ambiente: quindi, il suo uso va disincentivato. La nuova tassazione sarà valida per tutte quelle aziende che da decenni fanno enormi profitti, a scapito dell’ambiente, promuovendo la produzione e l’uso di enormi quantità di imballaggi – non sempre utili – senza assumersi alcuna responsabilità della loro corretta gestione e recupero a fine vita” dichiara Giuseppe Ungherese, responsabile campagna inquinamento di Greenpeace.

Per Greenpeace la domanda è: questo provvedimento sarà realmente incisivo dal punto di vista ambientale? La tassazione dovrebbe essere accompagnata da una serie di sgravi e incentivi per il ricorso ad alternative a basso impatto ambientale – come lo sfuso o i sistemi basati sulla ricarica e il riutilizzo dei contenitori - non favorendo il ricorso a false soluzioni  come la carta e le plastiche biodegradabili e compostabili non meno impattanti sull’ambiente. In questo modo, la nuova tassazione spingerebbe verso una vera innovazione tutte quelle aziende che basano il proprio business sugli imballaggi monouso, ricorrendo a tutte quelle alternative che già oggi esistono ma che raramente troviamo disponibili per i nostri acquisti quotidiani. L’inserimento di una modularità, con una tassazione crescente negli anni e sulla reale riciclabilità degli imballaggi, potrebbe inoltre spingere velocemente le aziende a investire ancor più rapidamente in sistemi di distribuzione alternativi.

“La nuova tassa – per non avere solo un mero scopo fiscale – dovrebbe essere inserita in quadro normativo più organico che preveda una riduzione della produzione degli imballaggi monouso, uno degli obiettivi della direttiva europea sulla plastica usa e getta che andrà in vigore in tutta Europa a metà 2021. Il governo italiano colga quindi la giusta intuizione della Plastic Tax per diventare davvero leader nella lotta all’inquinamento da plastica” conclude Ungherese.

In occasione del Global Refill Day, la giornata internazionale promossa da Greenpeace in tutto il mondo per sensibilizzare i cittadini sulle alternative agli imballaggi in plastica monouso, i volontari di Greenpeace si recheranno domani e dopodomani ai supermercati in 18 città,   invitando i consumatori a disfarsi del packaging eccessivo e a utilizzare contenitori riutilizzabili per gli acquisti quotidiani.

I volontari raccoglieranno la plastica degli imballaggi man mano che i consumatori escono dai supermercati per mostrare la montagna di rifiuti in plastica che si viene a creare.

giovedì 10 ottobre 2019

Trivelle: Legambiente, Greenpeace e WWF al Mise «Cosa può fare nell'immediato il governo?»


Greenpeace, WWF e Legambiente hanno inoltrato oggi una lettera aperta al ministro dello Sviluppo Economico, Stefano Patuanelli, per chiedere quali siano gli atti concreti del governo in materia di prospezione, ricerca ed estrazione e di idrocarburi, dopo l’annuncio da parte dell’esecutivo di una normativa che vieterà il rilascio di nuove concessioni.

Le organizzazioni ambientaliste, nel dettaglio, chiedono al ministro Patuanelli di:

1 - Attuare il piano di dismissione (decommissioning) delle 34 piattaforme per l’estrazione degli idrocarburi (il 50% delle quali senza Valutazione di Impatto Ambientale) individuate nel “Programma italiano di attività per le dismissioni piattaforme offshore”, redatto a fine 2018 dopo due anni di confronto tecnico tra lo stesso Ministero dello Sviluppo Economico, il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, Assomineraria (l’associazione di categoria dei petrolieri) e le stesse associazioni ambientaliste (Greenpeace, Legambiente e WWF);

2.    Approvare la normativa, già annunciata dal governo, che introduca il divieto di nuove concessioni, in modo da stabilire un chiaro e definitivo termine temporale (come ha fatto la Francia), non solo per impedire altre trivellazioni in futuro, ma anche per determinare norme e procedure che favoriscano il decommissioning di quelle esistenti e introdurre una disposizione che cancelli qualsiasi forma di esenzione (franchigia) per i petrolieri dal pagamento delle royalties;

3.       Rendere noto quale sarà l’impostazione del Piano della Transizione Energetica Sostenibile delle Aree Idonee (PiTESAI) che dovrebbe definire le “aree idonee” alle attività estrattive. Le associazioni chiedono che il Piano sia coerente con l’obiettivo della riduzione drastica - con il fine ultimo della cancellazione - dell’estensione delle aree del nostro Paese dove sono consentite prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi. In particolare, le associazioni chiedono che sia immediatamente cancellata la Zona E, istituita nel 2013 (in cui al momento non risulta esserci nessuna autorizzazione) posizionata a ridosso del Santuario Pelagos, istituito per la tutela dei cetacei.

«Per contrastare l’emergenza climatica in corso occorrono immediati provvedimenti che conducano ad una svolta decisiva verso la totale decarbonizzazione», dichiarano Greenpeace, WWF e Legambiente. «Se dunque si vuole davvero perseguire la strada dello sviluppo sostenibile, come dichiarato con forza nel programma di governo, si cominci da iniziative su cui già esiste un confronto avanzato, quali quelle relative alle trivellazioni offshore», concludono le organizzazioni.

Leggi la lettera

martedì 1 ottobre 2019

Emergenza climatica: allarme ghiacciaio sul Monte Bianco


«Il Pianeta ha ormai dichiarato l’emergenza climatica, non possiamo più stare a guardare. La situazione sul Monte Bianco, con il ghiacciaio Planpincieux che si sta sciogliendo ed è a rischio crollo, certifica ancora una volta la gravità della crisi climatica in corso. E di fronte a fatti di tale entità, non è più possibile limitarsi alle sole parole, ma occorrono azioni urgenti e concrete». È quanto dichiara Luca Iacoboni, responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace Italia, riferendosi a quanto sta accadendo in queste ore in Valle d’Aosta.

Per l’organizzazione ambientalista, il governo italiano dovrebbe iniziare da subito a mettere in pratica quattro misure urgenti:

      Comunicare il piano di chiusura di ogni centrale a carbone, considerando che tutto il settore chiuderà finalmente i battenti entro il 2025. Occorre chiarire quando ogni centrale terminerà di operare e cosa sarà dell’impianto che si andrà a chiudere: se l’idea è sostituire le centrali a carbone con impianti a gas, significa che ci si sta ostinando a commettere gli stessi gravi errori del passato;
      Azzerare i sussidi alle fonti fossili. Nel decreto clima che si discuterà la prossima settimana dovrebbe esserci la proposta di diminuire i soldi pubblici che finiscono a fonti sporche di energia del 10 per cento ogni anno, per i prossimi 4 anni, per poi azzerarli entro il 2040. Questo, nella migliore delle ipotesi, significherebbe che per almeno altri 20 anni verrebbero finanziati i cambiamenti climatici con i soldi pubblici. È qualcosa che non possiamo permetterci. Occorre un piano che azzeri questi sussidi al massimo entro 5 anni (2025), cominciando ad esempio dai fondi elargiti per attività di ricerca ed estrazione di idrocarburi. E tutti i soldi risparmiati dovranno essere dirottati su energie rinnovabili e efficienza energetica;
      Chiarire come e quando verranno fermate le attività estrattive, specificando che fine faranno le vecchie piattaforme da dismettere. Al momento c’è una moratoria sui nuovi permessi, ma tra pochi mesi questa pausa finirà, e porzioni di mare e territorio del nostro Paese rischiano di finire di nuovo in mano ai petrolieri. Il governo deve indicare chiaramente che i combustibili fossili (gas e petrolio in questo caso) devono rimanere dove sono: sottoterra.
      Modificare subito il Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC). Secondo la scienza restano 11 anni per mettere in campo azioni concrete contro i cambiamenti climatici, e 10 di questi 11 anni sono contenuti nel PNIEC che verrà approvato entro dicembre. Non sono ammessi errori, e insistere con un piano miope come quello attualmente in bozza non è tollerabile: servono obiettivi di riduzione delle emissioni più ambiziosi, mentre invece il governo sta puntando addirittura ad aumentare l’uso del gas, un combustibile fossile spacciato come “amico del clima” e che invece emette CO2, alimentando la crisi climatica.