venerdì 29 novembre 2019

Vi presento Noah - Scarpe vegane ed ecosostenibili lavorate artigianalmente in Italia



Oggi vorrei parlarvi di Noah (Italian Vegan Shoes), un’azienda di scarpe tedesca che per il disegno e la produzione delle sue calzature si avvale della collaborazione di calzaturifici italiani con lavorazione artigianale. Sono pubblicamente impegnati a produrre in modo responsabile nel rispetto dell’ambiente, degli animali e della salute dell’uomo. Le loro scarpe, infatti, sono vegane o ecosostenibili, realizzate con amore e con materiali duttili, innovativi ed ecologici. Ogni calzatura è prodotta secondo gli alti standard di qualità del più pregiato artigianato italiano, che coniuga sapientemente tradizione ed innovazione

Le scarpe di Noah si distinguono per lavorazione di materiali innovativi in aziende artigianali italiane, creando una combinazione di qualità ed estetica unica nel suo genere. Acquistando e indossando le loro creazioni si sceglie di sostenere la filosofia dell’economia sostenibile.



I MIEI PRIMI ANFIBI VEGANI

Se visitate lo shop online troverete tantissimi modelli uomo/donna, suddivisi per stagione e tipologia. Non solo! Ci sono anche una marea di bellissimi accessori come borse e cinture per rendere unico il vostro look senza voltare le spalle all’ambiente.


Per questa nostra collaborazione ho potuto scegliere un paio di scarpe perciò ho deciso di provare gli anfibi vegani unisex “Claudia&Claudio”, perfetti per l’inverno e le giornate piovose ma penso che andranno benissimo anche nelle giornate primaverili con un vestitino o uno short. 


Sono traspiranti, idrorepellenti, molto morbidi e garantiscono un’ottima tenuta grazie alla suola antiscivolo e al tallone rinforzato. Sembrano scarponcini di pelle ma sono interamente realizzati in micronappa.




CON IL CODICE BLOG10  (DEDICATO ESCLUSIVAMENTE AI LETTORI DI MELA VERDE NEWS) POTETE FARE I VOSTRI ACQUISTI SUL SITI OTTENENDO UNO SCONTO VALIDO FINO AL 31 DICEMBRE 2019




CICLO DI PRODUZIONE


L’intero ciclo di produzione testimonia l’attenzione di NOAH per un impatto ambientale ecosostenibile. Ecco qualche informazione utile:


MATERIALI: la microfibra è bella e molto simile alla pelle, è anche molto leggera, resistente all’usura, traspirante, idrorepellente e anallergica. La colla utilizzata è a base di acqua e non contiene nessuna traccia animale. L’utilizzo di colla è ridotto al minimo e - quando possibile - viene sostituito da cuciture.


TOMAIA: la micronappa è un materiale di microfibra pregiata che ha caratteristiche simili alla nappa. Si tratta di un prodotto di alta tecnologia risultato dalla tessitura di finissime fibre di poliestere. È traspirante, morbida, di lunga vita, idrorepellente e di facile pulizia. Il microsuede è un materiale di microfibra pregiata che ha caratteristiche simili alla pelle scamosciata, risultato anch’esso dalla tessitura di fibre di poliestere. È morbido e piacevole al tatto ma robusto, traspirante e di facile pulizia. Al contrario della pelle scamosciata, non teme il contatto con l’acqua.


SUOLA INTERNA: per le scarpe eleganti viene utilizzata la microfibra, mentre per i modelli sportivi viene spesso utilizzato il sughero


SUOLA ESTERNA: in alcuni modelli sportivi è utilizzato caucciù. Nella maggior parte dei casi si tratta di una mischia di gomme naturali e materiali riciclati.  Le scarpe estive e le ballerine sono prodotte spesso con canapa, lino o cotone ecologici

LINEA ORGANIC BIODEGRADABILE


Ciò che mi ha spinto a voler provare le creazioni di Noah (Italian Vegan Shoes) è che sono realmente impegnati voler ridurre la sofferenza animale e l’inquinamento ambientale (che nel mondo della moda hanno un loro grande peso) riuscendo benissimo a non rinunciare a comfort ed eleganza.



Se siete curiosi visitate il sito https://www.noah-shop.com/it/

lunedì 11 novembre 2019

Come riconoscere i prodotti non testati sugli animali



La legge prevede che cosmetici, detersivi, pesticidi, additivi e prodotti chimici siano testati sugli animali prima di essere commercializzati. I test prevedono che l’animale venga forzato a ingerire o respirare la sostanza fino all’avvelenamento e alla morte. In altri casi si sperimentano gli effetti più nocivi sugli occhi o sulla pelle privata del pelo. 
Ogni anno a causa di questi esperimenti muoiono milioni di animali di tutte le specie.

Fortunatamente sono sempre di più le aziende italiane ed europee che hanno deciso di aderire allo standard "Cruelty Free" non testando nè i prodotti finiti nè i singoli ingredienti.
Da questa volontà sono nate le "Positive List" che includono tutte quelle aziende i cui prodotti non sono testati sugli animali

Da marzo 2013 i test cosmetici su animali e la vendita di prodotti cosmetici e per l’igiene personale testati su animali sono vietati in Europa. Sembrerebbe una buona notizia se non fosse per tre punti da chiarire e non noti a tutti:

- non tutti i prodotti per la pulizia della casa o di uso quotidiani sono inclusi nel divieto;
- molte multinazionali hanno dovuto adeguare parte della loro produzione per il mercato europeo ma continuano a finanziare test su animali in altri paesi del mondo;
- molte multinazionali nonostante il divieto sono coinvolte nella sperimentazione animale in altri settori.

Impariamo a leggere le etichette

Prodotto finito non testato su animali:
significa che gli ingredienti con cui è composto il prodotto possono però essere stati testati su animali. 

Prodotto non testato su animali:
equivale alla scritta sopra, non dà nessuna informazione specifica, il prodotto è l’insieme dei vari componenti, che se di nuova formulazione sono stati testati. 

Testato clinicamente:
significa che il prodotto è stato testato su volontari umani, ma potrebbe essere stato testato anche sugli animali (o potrebbero esserlo stati gli ingredienti)

Testato dermatologicamente:
significa che il prodotto (o gli ingredienti) è stato testato sulla pelle, ma non specifica se di uomini o animali.

Altri prodotti di origine animale in etichetta

grassi animali
olii animali
gelatina animale
acido stearico
glicerina
collagene
placenta
ambra grigia
muschio di origine animale
zibetto
castoreo
latte
panna
siero di latte
uova
lanolina
miele
cera d’api

COME PUOI SAPERE CON CERTEZZA SE UN PRODOTTO E' STATO TESTATO O NO SUGLI ANIMALI? PUOI CONSULTARE UNA DELLE LISTE PRESENTI SU QUESTO SITO 

E AL MOMENTO DELL'ACQUISTO ACCERTATI CHE SULLA CONFEZIONE SIA PRESENTE UNO DI QUESTI TRE SIMBOLI

(NON E' OBBLIGATORIO APPORLO MA SE LO VEDI STAI CERTO CHE L'AZIENDA CHE PRODUCE IL PRODOTTO DI TUO INTERESSE E' 100% CRUELTY FREE E HA TUTTA L'INTENZIONE DI FARTELO SAPERE. DOPOTUTTO SE APPOGGI UNA FILOSOFIA PERCHE' NON DOVRESTI FARLO SAPERE?) 

lunedì 4 novembre 2019

Greenpeace su plastic tax: "Giusta ma mancano incentivi alle alternative"


Greenpeace interviene sul dibattito in corso sulla plastic tax.
“Riteniamo che tassare la plastica sia sicuramente giusto, e con tale provvedimento il governo finalmente prende atto che questo materiale è problematico per l’ambiente: quindi, il suo uso va disincentivato. La nuova tassazione sarà valida per tutte quelle aziende che da decenni fanno enormi profitti, a scapito dell’ambiente, promuovendo la produzione e l’uso di enormi quantità di imballaggi – non sempre utili – senza assumersi alcuna responsabilità della loro corretta gestione e recupero a fine vita” dichiara Giuseppe Ungherese, responsabile campagna inquinamento di Greenpeace.

Per Greenpeace la domanda è: questo provvedimento sarà realmente incisivo dal punto di vista ambientale? La tassazione dovrebbe essere accompagnata da una serie di sgravi e incentivi per il ricorso ad alternative a basso impatto ambientale – come lo sfuso o i sistemi basati sulla ricarica e il riutilizzo dei contenitori - non favorendo il ricorso a false soluzioni  come la carta e le plastiche biodegradabili e compostabili non meno impattanti sull’ambiente. In questo modo, la nuova tassazione spingerebbe verso una vera innovazione tutte quelle aziende che basano il proprio business sugli imballaggi monouso, ricorrendo a tutte quelle alternative che già oggi esistono ma che raramente troviamo disponibili per i nostri acquisti quotidiani. L’inserimento di una modularità, con una tassazione crescente negli anni e sulla reale riciclabilità degli imballaggi, potrebbe inoltre spingere velocemente le aziende a investire ancor più rapidamente in sistemi di distribuzione alternativi.

“La nuova tassa – per non avere solo un mero scopo fiscale – dovrebbe essere inserita in quadro normativo più organico che preveda una riduzione della produzione degli imballaggi monouso, uno degli obiettivi della direttiva europea sulla plastica usa e getta che andrà in vigore in tutta Europa a metà 2021. Il governo italiano colga quindi la giusta intuizione della Plastic Tax per diventare davvero leader nella lotta all’inquinamento da plastica” conclude Ungherese.

In occasione del Global Refill Day, la giornata internazionale promossa da Greenpeace in tutto il mondo per sensibilizzare i cittadini sulle alternative agli imballaggi in plastica monouso, i volontari di Greenpeace si recheranno domani e dopodomani ai supermercati in 18 città,   invitando i consumatori a disfarsi del packaging eccessivo e a utilizzare contenitori riutilizzabili per gli acquisti quotidiani.

I volontari raccoglieranno la plastica degli imballaggi man mano che i consumatori escono dai supermercati per mostrare la montagna di rifiuti in plastica che si viene a creare.

giovedì 10 ottobre 2019

Trivelle: Legambiente, Greenpeace e WWF al Mise «Cosa può fare nell'immediato il governo?»


Greenpeace, WWF e Legambiente hanno inoltrato oggi una lettera aperta al ministro dello Sviluppo Economico, Stefano Patuanelli, per chiedere quali siano gli atti concreti del governo in materia di prospezione, ricerca ed estrazione e di idrocarburi, dopo l’annuncio da parte dell’esecutivo di una normativa che vieterà il rilascio di nuove concessioni.

Le organizzazioni ambientaliste, nel dettaglio, chiedono al ministro Patuanelli di:

1 - Attuare il piano di dismissione (decommissioning) delle 34 piattaforme per l’estrazione degli idrocarburi (il 50% delle quali senza Valutazione di Impatto Ambientale) individuate nel “Programma italiano di attività per le dismissioni piattaforme offshore”, redatto a fine 2018 dopo due anni di confronto tecnico tra lo stesso Ministero dello Sviluppo Economico, il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, Assomineraria (l’associazione di categoria dei petrolieri) e le stesse associazioni ambientaliste (Greenpeace, Legambiente e WWF);

2.    Approvare la normativa, già annunciata dal governo, che introduca il divieto di nuove concessioni, in modo da stabilire un chiaro e definitivo termine temporale (come ha fatto la Francia), non solo per impedire altre trivellazioni in futuro, ma anche per determinare norme e procedure che favoriscano il decommissioning di quelle esistenti e introdurre una disposizione che cancelli qualsiasi forma di esenzione (franchigia) per i petrolieri dal pagamento delle royalties;

3.       Rendere noto quale sarà l’impostazione del Piano della Transizione Energetica Sostenibile delle Aree Idonee (PiTESAI) che dovrebbe definire le “aree idonee” alle attività estrattive. Le associazioni chiedono che il Piano sia coerente con l’obiettivo della riduzione drastica - con il fine ultimo della cancellazione - dell’estensione delle aree del nostro Paese dove sono consentite prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi. In particolare, le associazioni chiedono che sia immediatamente cancellata la Zona E, istituita nel 2013 (in cui al momento non risulta esserci nessuna autorizzazione) posizionata a ridosso del Santuario Pelagos, istituito per la tutela dei cetacei.

«Per contrastare l’emergenza climatica in corso occorrono immediati provvedimenti che conducano ad una svolta decisiva verso la totale decarbonizzazione», dichiarano Greenpeace, WWF e Legambiente. «Se dunque si vuole davvero perseguire la strada dello sviluppo sostenibile, come dichiarato con forza nel programma di governo, si cominci da iniziative su cui già esiste un confronto avanzato, quali quelle relative alle trivellazioni offshore», concludono le organizzazioni.

Leggi la lettera

martedì 1 ottobre 2019

Emergenza climatica: allarme ghiacciaio sul Monte Bianco


«Il Pianeta ha ormai dichiarato l’emergenza climatica, non possiamo più stare a guardare. La situazione sul Monte Bianco, con il ghiacciaio Planpincieux che si sta sciogliendo ed è a rischio crollo, certifica ancora una volta la gravità della crisi climatica in corso. E di fronte a fatti di tale entità, non è più possibile limitarsi alle sole parole, ma occorrono azioni urgenti e concrete». È quanto dichiara Luca Iacoboni, responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace Italia, riferendosi a quanto sta accadendo in queste ore in Valle d’Aosta.

Per l’organizzazione ambientalista, il governo italiano dovrebbe iniziare da subito a mettere in pratica quattro misure urgenti:

      Comunicare il piano di chiusura di ogni centrale a carbone, considerando che tutto il settore chiuderà finalmente i battenti entro il 2025. Occorre chiarire quando ogni centrale terminerà di operare e cosa sarà dell’impianto che si andrà a chiudere: se l’idea è sostituire le centrali a carbone con impianti a gas, significa che ci si sta ostinando a commettere gli stessi gravi errori del passato;
      Azzerare i sussidi alle fonti fossili. Nel decreto clima che si discuterà la prossima settimana dovrebbe esserci la proposta di diminuire i soldi pubblici che finiscono a fonti sporche di energia del 10 per cento ogni anno, per i prossimi 4 anni, per poi azzerarli entro il 2040. Questo, nella migliore delle ipotesi, significherebbe che per almeno altri 20 anni verrebbero finanziati i cambiamenti climatici con i soldi pubblici. È qualcosa che non possiamo permetterci. Occorre un piano che azzeri questi sussidi al massimo entro 5 anni (2025), cominciando ad esempio dai fondi elargiti per attività di ricerca ed estrazione di idrocarburi. E tutti i soldi risparmiati dovranno essere dirottati su energie rinnovabili e efficienza energetica;
      Chiarire come e quando verranno fermate le attività estrattive, specificando che fine faranno le vecchie piattaforme da dismettere. Al momento c’è una moratoria sui nuovi permessi, ma tra pochi mesi questa pausa finirà, e porzioni di mare e territorio del nostro Paese rischiano di finire di nuovo in mano ai petrolieri. Il governo deve indicare chiaramente che i combustibili fossili (gas e petrolio in questo caso) devono rimanere dove sono: sottoterra.
      Modificare subito il Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC). Secondo la scienza restano 11 anni per mettere in campo azioni concrete contro i cambiamenti climatici, e 10 di questi 11 anni sono contenuti nel PNIEC che verrà approvato entro dicembre. Non sono ammessi errori, e insistere con un piano miope come quello attualmente in bozza non è tollerabile: servono obiettivi di riduzione delle emissioni più ambiziosi, mentre invece il governo sta puntando addirittura ad aumentare l’uso del gas, un combustibile fossile spacciato come “amico del clima” e che invece emette CO2, alimentando la crisi climatica.

Plastica, Greenpeace: "Dalle multinazionali solo false soluzioni sull'inquinamento da usa e getta"


La sostituzione della plastica con materiali alternativi, non meno impattanti sul Pianeta come la carta e le plastiche biodegradabili e compostabili, e i crescenti investimenti nello sviluppo di nuovi sistemi di riciclo tutt’altro che efficaci, non sono soluzioni efficaci per risolvere il problema dell’inquinamento da plastica. È quanto emerge dal report di Greenpeace “Il Pianeta usa e getta. Le false soluzioni delle multinazionali alla crisi dell’inquinamento da plastica, che evidenzia come le soluzioni promosse dalle grandi aziende degli alimenti e delle bevande, non riducendo a monte la produzione di packaging usa e getta, consentiranno di perpetuare un modello di business e di consumo insostenibile per l’ambiente.

“Nonostante le crescenti prove scientifiche sui danni irreversibili che l’inquinamento da plastica può causare, la produzione aumenterà drasticamente nei prossimi anni” dichiara Giuseppe Ungherese, responsabile campagna inquinamento di Greenpeace. “Le multinazionali continuano a promuovere come sostenibili alternative che in realtà non lo sono e che rischiano di generare ulteriori impatti su risorse naturali già eccessivamente sfruttate, come le foreste e i terreni agricoli. Per risolvere il problema dell’inquinamento da plastica, le grandi aziende devono ridurre drasticamente la produzione di usa e getta, investendo in sistemi di consegna dei prodotti basati sul riuso e sulla ricarica e che non prevedano il ricorso a packaging monouso»

Se da un lato molte multinazionali - incluse Nestlé, Unilever e PepsiCo - si sono impegnate a rendere i propri imballaggi in plastica riciclabili, riutilizzabili, compostabili o realizzati con materiali riciclati, dall’altro continuano ad aumentare la produzione di prodotti confezionati in plastica monouso o in altri materiali usa e getta. Il report di Greenpeace sottolinea come le grandi aziende stiano investendo in tecnologie di riciclo emergenti basate sul trattamento chimico dei rifiuti in plastica, i cui reali impatti lasciano numerosi dubbi, e sul riciclo tradizionale, opzione non in grado di arginare il problema.

La sostituzione della plastica con la carta potrebbe inoltre generare enormi pressioni sulle foreste del Pianeta, ecosistemi a elevata biodiversità e fondamentali nella lotta al cambiamento climatico. E anche il passaggio a plastiche biodegradabili e compostabili ha un impatto importante, perché si tratta di materiali provenienti da colture agricole. Inoltre, gran parte di queste plastiche, oltre a essere costituite in maggior parte da plastica tradizionale, necessitano di condizioni particolari per il loro smaltimento che difficilmente si trovano in natura. Di conseguenza, se disperse nell’ambiente, possono dar luogo agli stessi impatti generati dalla plastica tradizionale.

Il report evidenzia inoltre come l’industria delle fonti fossili stia reindirizzando parte dei propri investimenti nella produzione di plastica che, secondo stime recenti, aumenterà del 40 per cento nei prossimi dieci anni arrivando ad essere responsabile del 20 per cento del consumo mondiale di petrolio. Entro la fine del 2019, inoltre, la produzione di plastica e il suo incenerimento raggiungerà, a livello mondiale, una quantità di emissioni di anidride carbonica pari a quelle di 189 centrali elettriche a carbone con conseguenze importanti anche sul clima.

Per spingere le grandi multinazionali a intervenire sul problema dell’inquinamento da plastica, Greenpeace ha da tempo lanciato una petizione, sottoscritta da più di quattro milioni di persone in tutto il mondo, con cui chiede ai grandi marchi come Nestlé, Unilever, Coca-Cola, PepsiCo, Ferrero e San Benedetto e Danone di ridurre la produzione, investendo in sistemi di consegna alternativi che non prevedano il ricorso a contenitori e imballaggi in plastica e altri materiali monouso.

venerdì 27 settembre 2019

Bando per servizio civile universale a Legambiente




Aperto il bando 2019 per il servizio civile universale, 8 i posti presso la direzione nazionale di Legambiente. La scadenza per presentare domanda è il 10 ottobre 2019.

Come fare domanda per il Servizio civile

Il bando è riservato ai giovani tra i 18 e i 28 anni. Le domande dovranno essere formulate esclusivamente attraverso una procedura digitale tramite la piattaforma Domanda On Line (DOL) con le credenziali SPID (sistema di autenticazione dell’identità digitale che fornisce ai cittadini le credenziali per l’accesso a tutti i servizi online della Pubblica Amministrazione) e inviate entro il 10 ottobre 2019, ore 14:00. Per ulteriori informazioni si può consultare il sito di Arci Servizio Civile. 

Il servizio civile a Legambiente

Tanti sono i progetti presso le varie sedi e i circoli di Legambiente sul territorio, si possono cercare e  consultare sul sito di Arci Servizio civile.
Presso la direzione nazionale a Roma è aperto il bando per 8 posti per il progetto “Ambientalismo e territorio tra globale e locale 2019“, della durata di 12 mesi.
Le attività dei consisteranno principalmente in: ricerca e divulgazione scientifica sui temi dell’inquinamento dell’aria, dell’acqua, dell’ambiente urbano e delle energie rinnovabili; partecipazione alle campagne di monitoraggio e comunicazione dell’associazione; contributo alla elaborazione dati e redazione di dossier scientifici e divulgativi.

venerdì 13 settembre 2019

Greenpeace: "A Volkswagen primato negativo per quantità di emissioni. Veicoli FCA i più inquinanti per emissioni medie"


Alla vigilia del Salone dell’Automobile di Francoforte, Greenpeace ha lanciato oggi una classifica delle 12 principali compagnie automobilistiche del mondo in relazione al loro impatto sul clima. Secondo quanto contenuto nel report “Scontro con il clima: come l’industria automobilistica guida la crisi climatica”, Volkswagen è l’azienda che produce la maggior quantità di emissioni, seguita da Renault Nissan, Toyota, General Motors e Hyunday-Kia. Fiat Chrysler Automobiles (FCA) detiene invece il primato negativo di azienda più inquinante per emissioni medie per veicolo. Nel suo complesso, nel 2018 il settore automobilistico ha prodotto il 9 per cento delle emissioni globali di gas serra, più di tutta l’Ue.



«Viviamo una grave emergenza climatica e le case automobilistiche sono tra le principali responsabili di quanto sta accadendo al clima», dichiara Luca Iacoboni, responsabile della campagna Clima di Greenpeace Italia. «La sola Volkswagen emette più dell’Australia, e non è da meno Fiat Chrysler Automobiles, l’azienda con il più alto livello medio di emissioni per veicolo, che in termini di gas serra inquina di più dell’intera Spagna».



Dall’analisi effettuata da Greenpeace emerge che la rapida diffusione di modelli più grandi e pesanti come i SUV sta causando un ulteriore incremento delle emissioni. In Europa, la quota di mercato di questi modelli è aumentata di oltre quattro volte negli ultimi dieci anni - dall’8 per cento del 2008 al 32 per cento del 2018 – mentre nel 2018 le vendite totali di SUV negli Stati Uniti hanno raggiunto quasi il 70% del mercato.



«Occorre una rivoluzione della mobilità e del settore dei trasporti, e le aziende automobilistiche, che oggi stanno ostacolando questo cambiamento proponendo false soluzioni come le macchine ibride, devono invece esserne protagoniste», continua Iacoboni. «L’industria dell’auto deve abbandonare completamente gli inquinanti motori a combustione interna, smettere di seguire un modello di business sbagliato che prevede un costante aumento della vendita di veicoli, e puntare su servizi che si integrino con il trasporto pubblico, come il car sharing e il car pooling», conclude.



In questi giorni produttori di auto e rappresentanti politici da tutto il mondo parteciperanno a Francoforte al Salone dell’Automobile, la più grande fiera del settore a livello globale. Il 14 settembre Greenpeace, insieme ad altri gruppi e a migliaia di persone, manifesterà – muovendosi a piedi o in bicicletta – davanti all’ingresso del Salone per chiedere una rapida transizione verso modelli di trasporto più sostenibili.



Per raggiungere l’obiettivo fissato dall’Accordo di Parigi di mantenere l’aumento medio della temperatura globale entro 1,5°C, Greenpeace chiede a tutte le case automobilistiche di fermare la produzione e la vendita di auto diesel e benzina entro il 2028, compresi i modelli ibridi, e di impegnarsi a produrre veicoli elettrici più piccoli, leggeri, ed efficienti dal punto di vista energetico.

lunedì 9 settembre 2019

Turchia, sito illegale di stoccaggio rifiuti italiani


A seguito di un’indagine congiunta di Greenpeace Italia e Greenpeace Turchia, condotta nella provincia di Smirne, che ha portato alla scoperta di un sito illegale di stoccaggio di rifiuti in plastica - verosimilmente provenienti dalla raccolta differenziata dei rifiuti urbani italiani – l’organizzazione ambientalista ha presentato una denuncia penale alle autorità turche competenti. 

Secondo quanto riportato dai media turchi, e come testimoniano le immagini raccolte, sembrerebbe trattarsi in prevalenza di film plastici flessibili eterogenei, presumibilmente provenienti dall’Italia. Tra i rifiuti fotografati sono infatti chiaramente visibili etichette in italiano appartenenti a diverse marche presenti nel nostro Paese. 


  
Le testimonianze fotografiche del sito illegale di stoccaggio sono state raccolte da Greenpeace presso una fattoria ad est della città turca. Secondo la testimonianza del proprietario dell’area, un imprenditore italiano avrebbe affittato una porzione di terreno sulla quale ha successivamente abbandonato almeno cinquanta balle di rifiuti plastici, per poi rendersi irreperibile. 

«Troviamo inaccettabile che la Turchia diventi la discarica di rifiuti italiani poco idonei al riciclo. Le nostre immagini mostrano come gli sforzi quotidiani di migliaia di cittadini nel separare e differenziare i rifiuti in plastica vengano vanificati da pratiche illegali come quella documentata», dichiara Giuseppe Ungherese, responsabile campagna Inquinamento di Greenpeace Italia. «Questo dovrebbe farci riflettere sul fatto che riciclare la plastica non è sufficiente. Per evitare che situazioni come questa possano verificarsi in futuro, è necessario ridurre subito e drasticamente la produzione di plastica a partire dall'usa e getta».



In Italia, i rifiuti urbani costituiti da imballaggi in plastica vengono gestiti in più del 90 per cento dei comuni da Corepla, il Consorzio Nazionale per la raccolta, il riciclo e il recupero degli imballaggi in plastica. La parte restante, invece, è invece gestita da operatori di raccolta indipendenti. 

«Chiediamo a Corepla, e gli altri operatori che si occupano della raccolta e recupero degli imballaggi in plastica, quali garanzie sul controllo della filiera possono darci per escludere che ciò che abbiamo documentato in Turchia non provenga dalla raccolta differenziata da loro operata», conclude Ungherese.

giovedì 1 agosto 2019

La seconda foresta tropicale dell'America Latina deforestata per la produzione di carne




Alcune grandi aziende argentine dedite alla produzione e alla lavorazione di carne sono legate alla deforestazione del Gran Chaco - la più grande foresta tropicale secca del Sud America e la seconda più grande foresta tropicale dell’America Latina dopo l'Amazzonia - ed esportano carne in Europa e Israele. Lo denuncia Greenpeace, che pubblica oggi il rapporto “Foreste al macello”, frutto di un'indagine durata oltre un anno.

Il Gran Chaco copre un'area di oltre 1,1 milioni di chilometri quadrati e interessa tre nazioni: Argentina, Paraguay e Bolivia. È la casa di 4 milioni di persone, circa l’8 per cento sono appartenenti a Popoli Indigeni; il loro sostentamento, la cultura e le tradizioni dipendono dalla foresta.
“Nel Gran Chaco si registra uno dei più alti tassi di deforestazione nel mondo, principalmente a causa dell’espansione indiscriminata delle piantagioni di soia geneticamente modificata e degli allevamenti” dichiara Martina Borghi, campagna foreste di Greenpeace Italia. “Questo problema è particolarmente evidente in Argentina, un Paese che si è affermato come importante produttore, consumatore ed esportatore di carne bovina e che attualmente è il sesto Paese al mondo sia per numero di capi di bestiame che per produzione ed esportazione di carne”.

Secondo i dati del ministero dell’Ambiente argentino, nel Paese, tra il 1990 e il 2014, sono stati distrutti 7.226.000 ettari di foreste, una superfice equivalente a Olanda e Belgio messi insieme. L’80 per cento di questa deforestazione si concentra in quattro province del nord del Paese: Santiago del Estero, Salta, Chaco e Formosa.  
“Il giaguaro, un animale emblematico che un tempo popolava vaste aree del Centro e del Sud America, rischia di scomparire. Si stima che nella regione argentina del Gran Chaco ne rimangano meno di venti” afferma Borghi.  “Per salvarli, Greenpeace Argentina, rappresentata da un gruppo di avvocati, sta chiedendo alla Corte Suprema del Paese di riconoscere i diritti legali del giaguaro. Se entità inanimate come aziende e società possono vedere riconosciuti i propri diritti, anche le specie viventi presenti in natura dovrebbero avere questa possibilità”.

Nel 2018 l’Argentina è stata il secondo esportatore di carne in Europa, dopo il Brasile. Negli anni le esportazioni hanno avuto un trend gradualmente crescente. Secondo l’Eu Meat Market Observatory della Commissione Ue, nei primi due mesi del 2019 l’Argentina è stata il principale fornitore in Europa di carne bovina fresca e macinata “Lo scorso anno l’Italia ha importato dall’Argentina 5.800 tonnellate di carne fresca, diretta principalmente in Emilia-Romagna, che ospita gran parte delle aziende di trasformazione e distribuzione di carne” dichiara Borghi.

La situazione è però destinata a diventare ancor più allarmante. Recentemente, l’Unione europea e il Mercosur - il gruppo composto da Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay, riuniti nel mercato comune dell'America meridionale - sono giunti a siglare un accordo di libero scambio dopo un negoziato avviato nel 1999. Attraverso questo accordo, i due blocchi sono determinati, fra l’altro, ad incrementare gli scambi aumentando l’importazione in Europa di materie prime agricole dal Sud America, con notevoli rischi per l’ambiente e i diritti umani. Tra i prodotti in questione ci sono infatti carne bovina, pollame e soia OGM (destinata alla mangimistica), prodotti che si collocano al primo posto fra le cause della distruzione delle foreste sudamericane.

“Alle aziende che esportano e importano carne dall'Argentina chiediamo di rendere la propria filiera trasparente e libera dalla deforestazione e dalla violazione dei diritti umani. Anche l’Unione europea dovrà fare la sua parte, con una normativa in grado di garantire che i prodotti che acquistiamo in Europa non abbiamo avuto gravi impatti su ambiente e diritti umani in altre parti del Pianeta. Le foreste catturano circa un terzo dell’anidride carbonica rilasciata ogni anno a causa della combustione di gas, petrolio e carbone. Se vogliamo evitare l’aumento delle temperature oltre il grado e mezzo, dobbiamo esigere che ciò che resta delle foreste venga protetto” conclude Borghi.


Leggi il rapporto “Foreste al macello” (in inglese):
http://greenpeace.org.ar/pdf/2019/07/REPORT%20Slaughtering%20the%20Chaco%20forests%20FINAL.pdf