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giovedì 30 aprile 2020

Padania, riscaldamento e allevamenti intensivi causa del 54% delle polveri sottili


Mentre diverse analisi mostrano come chi vive in aree con alti livelli di inquinamento dell’aria sia più incline a sviluppare problemi respiratori cronici, che sono terreno fertile per agenti infettivi come il Covid19, uno studio dell’Unità investigativa di Greenpeace Italia, in collaborazione con ISPRA, indaga i settori maggiormente responsabili del particolato in Italia.

A formare lo smog della Pianura Padana, oltre a ossidi di azoto e di zolfo, concorre in maniera importante l’ammoniaca che, liberata in atmosfera, si combina con questi componenti generando le polveri fini. Cruciale il ruolo degli allevamenti, responsabili di circa l’85 per cento delle emissioni di ammoniaca in Lombardia. Secondo l’Arpa regionale, l’ammoniaca che fuoriesce dagli allevamenti “concorre mediamente a un terzo del PM della Lombardia, ma durante gli episodi acuti tale contributo aumenta superando il 50 per cento del totale”.

“I Comuni dovrebbero stabilire qual è il numero massimo di allevamenti e capi allevati che è possibile avere sul loro territorio, perché altrimenti i danni si ripercuotono sui cittadini”  afferma Riccardo De Lauretis, responsabile dell’area emissioni e prevenzione dell’inquinamento atmosferico di ISPRA.

Lombardia ed Emilia-Romagna risultano, infatti le aree più inquinate d’Italia - sicuramente dal punto di vista del particolato - e tra le più inquinate d’Europa. Arpa Lombardia conferma poi il rapporto di causa-effetto tra le attività zootecniche e l’aumento di PM, con picchi registrati durante lo spandimento di liquami sui campi.

Mentre in Lombardia è chiaro il peso del settore allevamenti per l’inquinamento da PM, a livello nazionale la ricerca dell’Unità investigativa di Greenpeace Italia in collaborazione con ISPRA mostra per la prima volta, dal 1990 al 2018, una media di quali settori abbiano maggiormente contribuito alla formazione del particolato PM2,5. Nell’analisi viene scattata anche una fotografia del 2018, anno in cui i settori più inquinanti si confermano essere il riscaldamento residenziale e commerciale (37 per cento) e gli allevamenti (17 per cento). Questi due settori insieme sono la causa del 54 per cento del PM2,5 nazionale. La percentuale del contributo degli allevamenti non è mai diminuita, anzi è passata dal 7 per cento nel 1990 al 17 per cento nel 2018. 

“Gli allevamenti intensivi non solo si confermano la seconda causa di polveri sottili, ma si può osservare come dal 1990 al 2018, il loro contributo sia andato crescendo. Paradossalmente, però, una gran quantità di soldi pubblici continua a foraggiare questo sistema, a cominciare dai sussidi della PAC” commenta Federica Ferrario, responsabile Campagna Agricoltura di Greenpeace Italia. “Per ridurre le emissioni di ammoniaca e quindi le concentrazioni di particolato il settore allevamenti potrebbe fare molto. Puntare sulla qualità invece che sulla quantità è una priorità: attraverso produzioni che rispettino alti standard anche dal punto di vista ambientale, possiamo rilanciare il nostro Made in Italy dopo questa difficile fase emergenziale, per questo le strategie future, come il Green Deal europeo e Farm to Fork, e strumenti come la PAC devono prevedere risorse adeguate per aiutare le aziende agricole a ridurre il numero degli animali allevati e nel passaggio a metodi di produzione ecologici”.

Il rischio, altrimenti, avverte ISPRA, è che “mentre abbiamo centrato i limiti emissivi per tutte le sostanze per il 2020, se la situazione attuale non cambierà per l’Italia sarà molto sfidante, per non dire difficile, stare entro i limiti fissati per il 2030”.

lunedì 4 novembre 2019

Greenpeace su plastic tax: "Giusta ma mancano incentivi alle alternative"


Greenpeace interviene sul dibattito in corso sulla plastic tax.
“Riteniamo che tassare la plastica sia sicuramente giusto, e con tale provvedimento il governo finalmente prende atto che questo materiale è problematico per l’ambiente: quindi, il suo uso va disincentivato. La nuova tassazione sarà valida per tutte quelle aziende che da decenni fanno enormi profitti, a scapito dell’ambiente, promuovendo la produzione e l’uso di enormi quantità di imballaggi – non sempre utili – senza assumersi alcuna responsabilità della loro corretta gestione e recupero a fine vita” dichiara Giuseppe Ungherese, responsabile campagna inquinamento di Greenpeace.

Per Greenpeace la domanda è: questo provvedimento sarà realmente incisivo dal punto di vista ambientale? La tassazione dovrebbe essere accompagnata da una serie di sgravi e incentivi per il ricorso ad alternative a basso impatto ambientale – come lo sfuso o i sistemi basati sulla ricarica e il riutilizzo dei contenitori - non favorendo il ricorso a false soluzioni  come la carta e le plastiche biodegradabili e compostabili non meno impattanti sull’ambiente. In questo modo, la nuova tassazione spingerebbe verso una vera innovazione tutte quelle aziende che basano il proprio business sugli imballaggi monouso, ricorrendo a tutte quelle alternative che già oggi esistono ma che raramente troviamo disponibili per i nostri acquisti quotidiani. L’inserimento di una modularità, con una tassazione crescente negli anni e sulla reale riciclabilità degli imballaggi, potrebbe inoltre spingere velocemente le aziende a investire ancor più rapidamente in sistemi di distribuzione alternativi.

“La nuova tassa – per non avere solo un mero scopo fiscale – dovrebbe essere inserita in quadro normativo più organico che preveda una riduzione della produzione degli imballaggi monouso, uno degli obiettivi della direttiva europea sulla plastica usa e getta che andrà in vigore in tutta Europa a metà 2021. Il governo italiano colga quindi la giusta intuizione della Plastic Tax per diventare davvero leader nella lotta all’inquinamento da plastica” conclude Ungherese.

In occasione del Global Refill Day, la giornata internazionale promossa da Greenpeace in tutto il mondo per sensibilizzare i cittadini sulle alternative agli imballaggi in plastica monouso, i volontari di Greenpeace si recheranno domani e dopodomani ai supermercati in 18 città,   invitando i consumatori a disfarsi del packaging eccessivo e a utilizzare contenitori riutilizzabili per gli acquisti quotidiani.

I volontari raccoglieranno la plastica degli imballaggi man mano che i consumatori escono dai supermercati per mostrare la montagna di rifiuti in plastica che si viene a creare.

martedì 1 ottobre 2019

Plastica, Greenpeace: "Dalle multinazionali solo false soluzioni sull'inquinamento da usa e getta"


La sostituzione della plastica con materiali alternativi, non meno impattanti sul Pianeta come la carta e le plastiche biodegradabili e compostabili, e i crescenti investimenti nello sviluppo di nuovi sistemi di riciclo tutt’altro che efficaci, non sono soluzioni efficaci per risolvere il problema dell’inquinamento da plastica. È quanto emerge dal report di Greenpeace “Il Pianeta usa e getta. Le false soluzioni delle multinazionali alla crisi dell’inquinamento da plastica, che evidenzia come le soluzioni promosse dalle grandi aziende degli alimenti e delle bevande, non riducendo a monte la produzione di packaging usa e getta, consentiranno di perpetuare un modello di business e di consumo insostenibile per l’ambiente.

“Nonostante le crescenti prove scientifiche sui danni irreversibili che l’inquinamento da plastica può causare, la produzione aumenterà drasticamente nei prossimi anni” dichiara Giuseppe Ungherese, responsabile campagna inquinamento di Greenpeace. “Le multinazionali continuano a promuovere come sostenibili alternative che in realtà non lo sono e che rischiano di generare ulteriori impatti su risorse naturali già eccessivamente sfruttate, come le foreste e i terreni agricoli. Per risolvere il problema dell’inquinamento da plastica, le grandi aziende devono ridurre drasticamente la produzione di usa e getta, investendo in sistemi di consegna dei prodotti basati sul riuso e sulla ricarica e che non prevedano il ricorso a packaging monouso»

Se da un lato molte multinazionali - incluse Nestlé, Unilever e PepsiCo - si sono impegnate a rendere i propri imballaggi in plastica riciclabili, riutilizzabili, compostabili o realizzati con materiali riciclati, dall’altro continuano ad aumentare la produzione di prodotti confezionati in plastica monouso o in altri materiali usa e getta. Il report di Greenpeace sottolinea come le grandi aziende stiano investendo in tecnologie di riciclo emergenti basate sul trattamento chimico dei rifiuti in plastica, i cui reali impatti lasciano numerosi dubbi, e sul riciclo tradizionale, opzione non in grado di arginare il problema.

La sostituzione della plastica con la carta potrebbe inoltre generare enormi pressioni sulle foreste del Pianeta, ecosistemi a elevata biodiversità e fondamentali nella lotta al cambiamento climatico. E anche il passaggio a plastiche biodegradabili e compostabili ha un impatto importante, perché si tratta di materiali provenienti da colture agricole. Inoltre, gran parte di queste plastiche, oltre a essere costituite in maggior parte da plastica tradizionale, necessitano di condizioni particolari per il loro smaltimento che difficilmente si trovano in natura. Di conseguenza, se disperse nell’ambiente, possono dar luogo agli stessi impatti generati dalla plastica tradizionale.

Il report evidenzia inoltre come l’industria delle fonti fossili stia reindirizzando parte dei propri investimenti nella produzione di plastica che, secondo stime recenti, aumenterà del 40 per cento nei prossimi dieci anni arrivando ad essere responsabile del 20 per cento del consumo mondiale di petrolio. Entro la fine del 2019, inoltre, la produzione di plastica e il suo incenerimento raggiungerà, a livello mondiale, una quantità di emissioni di anidride carbonica pari a quelle di 189 centrali elettriche a carbone con conseguenze importanti anche sul clima.

Per spingere le grandi multinazionali a intervenire sul problema dell’inquinamento da plastica, Greenpeace ha da tempo lanciato una petizione, sottoscritta da più di quattro milioni di persone in tutto il mondo, con cui chiede ai grandi marchi come Nestlé, Unilever, Coca-Cola, PepsiCo, Ferrero e San Benedetto e Danone di ridurre la produzione, investendo in sistemi di consegna alternativi che non prevedano il ricorso a contenitori e imballaggi in plastica e altri materiali monouso.

venerdì 13 settembre 2019

Greenpeace: "A Volkswagen primato negativo per quantità di emissioni. Veicoli FCA i più inquinanti per emissioni medie"


Alla vigilia del Salone dell’Automobile di Francoforte, Greenpeace ha lanciato oggi una classifica delle 12 principali compagnie automobilistiche del mondo in relazione al loro impatto sul clima. Secondo quanto contenuto nel report “Scontro con il clima: come l’industria automobilistica guida la crisi climatica”, Volkswagen è l’azienda che produce la maggior quantità di emissioni, seguita da Renault Nissan, Toyota, General Motors e Hyunday-Kia. Fiat Chrysler Automobiles (FCA) detiene invece il primato negativo di azienda più inquinante per emissioni medie per veicolo. Nel suo complesso, nel 2018 il settore automobilistico ha prodotto il 9 per cento delle emissioni globali di gas serra, più di tutta l’Ue.



«Viviamo una grave emergenza climatica e le case automobilistiche sono tra le principali responsabili di quanto sta accadendo al clima», dichiara Luca Iacoboni, responsabile della campagna Clima di Greenpeace Italia. «La sola Volkswagen emette più dell’Australia, e non è da meno Fiat Chrysler Automobiles, l’azienda con il più alto livello medio di emissioni per veicolo, che in termini di gas serra inquina di più dell’intera Spagna».



Dall’analisi effettuata da Greenpeace emerge che la rapida diffusione di modelli più grandi e pesanti come i SUV sta causando un ulteriore incremento delle emissioni. In Europa, la quota di mercato di questi modelli è aumentata di oltre quattro volte negli ultimi dieci anni - dall’8 per cento del 2008 al 32 per cento del 2018 – mentre nel 2018 le vendite totali di SUV negli Stati Uniti hanno raggiunto quasi il 70% del mercato.



«Occorre una rivoluzione della mobilità e del settore dei trasporti, e le aziende automobilistiche, che oggi stanno ostacolando questo cambiamento proponendo false soluzioni come le macchine ibride, devono invece esserne protagoniste», continua Iacoboni. «L’industria dell’auto deve abbandonare completamente gli inquinanti motori a combustione interna, smettere di seguire un modello di business sbagliato che prevede un costante aumento della vendita di veicoli, e puntare su servizi che si integrino con il trasporto pubblico, come il car sharing e il car pooling», conclude.



In questi giorni produttori di auto e rappresentanti politici da tutto il mondo parteciperanno a Francoforte al Salone dell’Automobile, la più grande fiera del settore a livello globale. Il 14 settembre Greenpeace, insieme ad altri gruppi e a migliaia di persone, manifesterà – muovendosi a piedi o in bicicletta – davanti all’ingresso del Salone per chiedere una rapida transizione verso modelli di trasporto più sostenibili.



Per raggiungere l’obiettivo fissato dall’Accordo di Parigi di mantenere l’aumento medio della temperatura globale entro 1,5°C, Greenpeace chiede a tutte le case automobilistiche di fermare la produzione e la vendita di auto diesel e benzina entro il 2028, compresi i modelli ibridi, e di impegnarsi a produrre veicoli elettrici più piccoli, leggeri, ed efficienti dal punto di vista energetico.

lunedì 9 settembre 2019

Turchia, sito illegale di stoccaggio rifiuti italiani


A seguito di un’indagine congiunta di Greenpeace Italia e Greenpeace Turchia, condotta nella provincia di Smirne, che ha portato alla scoperta di un sito illegale di stoccaggio di rifiuti in plastica - verosimilmente provenienti dalla raccolta differenziata dei rifiuti urbani italiani – l’organizzazione ambientalista ha presentato una denuncia penale alle autorità turche competenti. 

Secondo quanto riportato dai media turchi, e come testimoniano le immagini raccolte, sembrerebbe trattarsi in prevalenza di film plastici flessibili eterogenei, presumibilmente provenienti dall’Italia. Tra i rifiuti fotografati sono infatti chiaramente visibili etichette in italiano appartenenti a diverse marche presenti nel nostro Paese. 


  
Le testimonianze fotografiche del sito illegale di stoccaggio sono state raccolte da Greenpeace presso una fattoria ad est della città turca. Secondo la testimonianza del proprietario dell’area, un imprenditore italiano avrebbe affittato una porzione di terreno sulla quale ha successivamente abbandonato almeno cinquanta balle di rifiuti plastici, per poi rendersi irreperibile. 

«Troviamo inaccettabile che la Turchia diventi la discarica di rifiuti italiani poco idonei al riciclo. Le nostre immagini mostrano come gli sforzi quotidiani di migliaia di cittadini nel separare e differenziare i rifiuti in plastica vengano vanificati da pratiche illegali come quella documentata», dichiara Giuseppe Ungherese, responsabile campagna Inquinamento di Greenpeace Italia. «Questo dovrebbe farci riflettere sul fatto che riciclare la plastica non è sufficiente. Per evitare che situazioni come questa possano verificarsi in futuro, è necessario ridurre subito e drasticamente la produzione di plastica a partire dall'usa e getta».



In Italia, i rifiuti urbani costituiti da imballaggi in plastica vengono gestiti in più del 90 per cento dei comuni da Corepla, il Consorzio Nazionale per la raccolta, il riciclo e il recupero degli imballaggi in plastica. La parte restante, invece, è invece gestita da operatori di raccolta indipendenti. 

«Chiediamo a Corepla, e gli altri operatori che si occupano della raccolta e recupero degli imballaggi in plastica, quali garanzie sul controllo della filiera possono darci per escludere che ciò che abbiamo documentato in Turchia non provenga dalla raccolta differenziata da loro operata», conclude Ungherese.

mercoledì 10 ottobre 2018

Collisione navi nel Santuario dei Cetacei, centinaia di chilometri quadrati contaminati dagli idrocarburi


Una elaborazione di Greenpeace effettuata su immagini satellitari rivela che la contaminazione di idrocarburi rilasciati dalla collisione tra il portacontainer Virginia e il traghetto Ulysses, circa trenta chilometri a nord ovest di Capo Corso, in pieno Santuario dei Cetacei, riguarda ormai un'area superiore ai 100 chilometri quadrati. Le immagini mostrano infatti che l’area interessata dalla contaminazione è passata dai circa 88 chilometri quadrati dell’8 ottobre ai 104 chilometri quadrati di ieri, 9 ottobre.

Le foto sono state ottenute dal Satellite SENTINEL (https://apps.sentinel-hub.com/eo-browser/) e l’area interessata dalla contaminazione è stata calcolata utilizzando il programma ArcGIS per desktop app con il sistema di proiezione delle coordinate Europe_Albers_Equal_Area_Conic.

«Questo è l’ennesimo disastro che si verifica nel Santuario dei Cetacei. Recuperare gli idrocarburi dispersi è impossibile e se non si mettono a punto meccanismi efficaci per prevenire simili incidenti il Santuario dei Cetacei sarà sempre a rischio», dichiara Alessandro Giannì, direttore delle Campagne di Greenpeace Italia. «È evidente che questo incidente poteva essere evitato. Il sospetto che sulla plancia del traghetto Ulysses non ci fosse nessuno è assolutamente fondato e un meccanismo di controllo delle rotte che si applichi almeno alle grandi imbarcazioni avrebbe potuto prevenire quest’incidente».

Secondo quanto si apprende da fonti stampa francesi, si potrebbe trattare del rilascio di varie centinaia di tonnellate di combustibile IFO (Intermediate Fuel Oil). Si tratta di una sostanza più leggera del “bunker” (combustibile semisolido), con un livello di tossicità acuta definito “medio”, ma con elevato livello di rischio per imbrattamento (a causa dell’elevata viscosità) e con elevata persistenza.

Le prossime ore potrebbero essere decisive per l’evoluzione di questo disastro. Fino ad ora le condizioni meteo sono ottimali, ma tra ventiquattro ore nella zona sono previste onde di due metri. Ciò potrebbe comportare non solo una notevolissima, ulteriore, dispersione degli idrocarburi fuoriusciti dalla portacontainer Virginia, ma anche rendere difficoltosa l’operazione di separazione delle due navi. In condizione di mare agitato, peraltro, le due navi potrebbero subire danni ulteriori con conseguenze pericolosamente imprevedibili.

«Dopo la Costa Concordia, la perdita di bidoni con sostanze pericolose al largo della Gorgonia, il naufragio del cargo turco Mersa 2 sull’Isola d’Elba, quest’ennesimo incidente ci conferma che il Santuario oggi è indifeso», continua Giannì. «Chiediamo al ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, di dare finalmente concretezza, con i suoi colleghi di Francia e Monaco/Montecarlo, al Santuario dei Cetacei che evidentemente, per ora, è solo un Santuario virtuale», conclude.

venerdì 3 agosto 2018

Casa Surace e Greenpeace contro la plastica usa e getta


 
Come ridurre l’utilizzo della plastica monouso e combattere l’inquinamento da questo materiale nei nostri mari? Lo spiega con ironia un nuovo video diffuso oggi da Casa Surace, realizzato in collaborazione con Greenpeace Italia. Pochi minuti per spiegare in modo originale come si possa fare a meno di oggetti in plastica - bicchieri, piatti, posate, cannucce - che vengono utilizzati soltanto per pochi minuti, ma che in realtà hanno un impatto devastante e duraturo sull’ambiente.

«Siamo molto contenti della collaborazione con Casa Surace, il loro video risponde con semplicità e intelligenza ai dubbi più comuni sulla plastica monouso, e dimostra come sia possibile sostituirla nella nostra vita quotidiana», dichiara Giuseppe Ungherese, responsabile della campagna inquinamento di Greenpeace Italia. «Nonostante infatti si parli sempre più spesso dell’inquinamento da plastica usa e getta, c’è bisogno di soluzioni, anche semplici, che evitino un peggioramento del fenomeno», conclude.

martedì 5 giugno 2018

Greenpeace chiede ai governi del G7 di fermare l'inquinamento da plastica


Appartengono per la maggior parte a Coca-Cola, Unilever, Nestlé e Procter & Gamble i rifiuti in plastica raccolti e catalogati recentemente da Greenpeace e da altre organizzazioni del movimento BreakFreeFromPlastic in alcune spiagge delle Filippine. Proprio a queste aziende, e alle maggiori potenze economiche che si incontreranno nei prossimi giorni al G7 in Canada, Greenpeace chiede interventi per la riduzione della produzione e immissione sul mercato di plastica usa e getta.

"È necessario che i governi e le grandi multinazionali riconoscano che il riciclo non è la soluzione del problema. Bisogna fermare l'inquinamento da plastica prima che sia troppo tardi" dichiara Graham Forbes, responsabile della campagna plastica di Greenpeace. "In tutto il mondo, migliaia di persone si battono quotidianamente contro l'inquinamento da plastica, ma questa crisi ambientale necessita di interventi urgenti e azioni concrete per ridurre la produzione e il consumo di plastica monouso".

Il movimento Break Free From Plastic - che rappresenta più di 1.200 gruppi in tutto il mondo tra cui Greenpeace - chiede ai paesi del G7 di approvare obiettivi di riduzione e divieti per la plastica monouso, investire in nuovi modelli di consegna dei prodotti basati sul riutilizzo e creare un sistema di tracciabilità della merce che renda le aziende responsabili della plastica che producono. Negli ultimi mesi, McDonald's, Starbucks, Procter & Gamble, Nestlé, Coca-Cola, Pepsi e Unilever hanno pubblicato piani volontari relativi all'inquinamento da plastica, ma nessuna delle aziende ha adottato interventi drastici per ridurre la produzione di imballaggi monouso.

Mentre le aziende sono ancora riluttanti ad assumersi le proprie responsabilità, in tutto il mondo, tante persone si stanno attivando per promuovere cambiamenti attraverso azioni di pressione su imprese e governi chiedendo di ridurre o vietare la plastica usa e getta. Un gruppo di cittadini di Veracruz, in Messico, ha ottenuto il bando dei sacchetti di plastica e delle cannucce nel loro Stato. Ullapool, un villaggio scozzese, è diventato il primo comune plastic-free a seguito dell’attività di sensibilizzazione e pressione di alcuni bambini della scuola locale. Quasi 100 bar in Grecia hanno accettato di concedere sconti a tutti i clienti che impiegano le loro tazze riutilizzabili e in Italia, a seguito dei risultati delle indagini di Greenpeace e del CNR in cui erano stati riscontrati elevati livelli di microplastica nelle acque delle Isole Tremiti, il Sindaco ha vietato la vendita di alcuni prodotti in plastica monouso.

“Iniziative come queste mostrano che ognuno può fare la differenza, facendo pressione su governi e multinazionali perché si facciano carico di questa grave crisi ambientale. Invitiamo tutti gli amanti del mare a partecipare all’iniziativa Plastic Radar (plasticradar.greenpeace.it) di Greenpeace segnalando la presenza di rifiuti di plastica in mare via Whatsapp al numero +39 342 3711267” dichiara Giuseppe Ungherese, responsabile Campagna Inquinamento di Greenpeace Italia.

Leggi i risultati recenti di pulizia e catalogazione dei rifiuti condotti in Asia:

venerdì 4 maggio 2018

Diffusa la mappatura dei livelli di inquinamento nelle città di tutto il mondo


L’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha diffuso la mappatura dei livelli di inquinamento nelle città di tutto il mondo, uno studio che rappresenta un chiaro invito ad agire per eliminare la nostra dipendenza dai combustibili fossili.  Si tratta della più completa mappatura dei livelli di inquinamento delle città a livello globale disponibile ad oggi.

“I dati mostrano che la dipendenza dall’energia sporca rappresenta un rischio per la salute a livello globale: 9 persone su 10 sono esposte a livelli di inquinamento dell’aria pericolosi per la salute e l’inquinamento dell’aria è responsabile ogni anno di milioni di morti premature” dichiara Andrea Boraschi, responsabile campagna Trasporti Greenpeace Italia.

“L’aumento dell’utilizzo di carbone, petrolio e gas nel 2017, che implica non solo una crescita delle emissioni di CO2 ma anche quella delle emissioni di sostanze inquinanti nell’atmosfera, rappresenta un grave rischio per la salute delle persone e necessita di un’azione immediata. Per assicurare aria pulita per tutti e salvare vite umane, i governi devono stabilire con urgenza scadenze improrogabili e piani d’azione per raggiungere gli obiettivi di qualità dell’aria. Per raggiungerli è necessaria una transizione veloce a fonti di energia pulite e trasporti sostenibili” conclude Boraschi.
Il rapporto dell’OMS ha evidenziato che:
- A livello globale, 15 fra le 20 città maggiormente inquinate sono in India, mentre 16 delle città maggiormente inquinate nell’Unione europea si trovano in Polonia. L’India, uno dei paesi maggiormente colpiti dagli impatti dell’inquinamento dell’aria sulla salute, sta mettendo a punto un piano nazionale, ma mancano ancora degli obiettivi precisi.
- Nel 70 per cento delle città per cui sono disponibili dati, i livelli di inquinamento da polveri sottili (PM2.5) superano le linee guida dell’OMS, con l’80 per cento delle città dell’Unione Europea e il 96 per cento dei Paesi in via di sviluppo che soffrono a causa dei livelli di inquinamento troppo elevati.
- I dati dell’OMS evidenziano dei progressi straordinari in Cina, dove gli investimenti in energia pulita, un piano nazionale contro l’inquinamento dell’aria e i rigidi standard sulle emissioni hanno prodotto dei progressi eccezionali, con un livello medio di PM2.5 nelle città disponibili a fornire i dati diminuito fino al   30 per cento dal 2013 al 2016. Ad ogni modo, il livello medio di PM2.5 nelle città campionate è cinque volte superiore a quello stabilito dalle linee guida dell’OMS, e ciò evidenzia la necessità di stabilire nuovi obiettivi e misure più ambiziose.
- Il monitoraggio della qualità dell’aria necessita di essere urgentemente ampliato, in particolare in Asia meridionale, nel Sud est asiatico e nell’Africa Subsahariana. Il Sud est asiatico e l’Africa forniscono dati sulla qualità dell’aria solo in 92 città, un numero inferiore all’intera Austria.

lunedì 13 novembre 2017

Clima, in aumento le emissioni di CO2


Commentando i dati diffusi oggi dall’ultimo Global Carbon Project, che indicano che le emissioni globali di CO2 derivanti dai combustibili fossili torneranno a salire nel 2017 di circa il 2 per cento, dopo tre anni di crescita zero, Luca Iacoboni, responsabile campagna Energia e Clima di Greenpeace Italia, dichiara:

«Questi dati sono una spinta ad agire ora. Garantire che le emissioni inizino a ridursi è fondamentale per il raggiungimento degli obiettivi stabiliti dagli Accordi di Parigi. Questa settimana la COP23 entra nel vivo, con l’arrivo a Bonn dei capi di Stato: è tempo che i Paesi aumentino le proprie ambizioni, riducano l’uso dei combustibili fossili e incrementino le fonti di energia rinnovabile».

Le principali ragioni dell’aumento di CO2 sono il rallentamento della riduzione delle emissioni in Ue e Stati Uniti e il contestuale aumento di consumo di carbone in Cina, dopo tre anni di decremento.

«L’Unione europea, e l’Italia come Stato membro dell’Ue, devono fare di più, e il primo banco di prova sarà il pacchetto di misure denominato “Clean energy for all Europeans”, che è al momento in discussione a Bruxelles», continua Iacoboni. «Sarà un momento decisivo per capire se l’Ue vuole fare sul serio sui cambiamenti climatici o se continuerà a dare soldi pubblici a produzioni inquinanti, come le centrali alimentate a carbone e gas», conclude.

Tra le note positive, si stima che l’incremento di emissioni in Cina dovrebbe essere temporaneo, anche considerando le nuove politiche sulla qualità dell’aria (e la riduzione degli incentivi al carbone), e la crescita vertiginosa del settore delle rinnovabili. Inoltre le emissioni dell'India dovrebbero far registrare il più piccolo incremento annuo a partire dalla fine del secolo.

martedì 4 aprile 2017

Partito da Verona il monotiraggio sulla presenza di PFAS nelle acque delle scuole


Parte oggi da Verona il monitoraggio sulla presenza di PFAS (sostanze perfluoroalchiliche) nell’acqua potabile erogata nelle scuole primarie del Veneto. Nelle scorse settimane Greenpeace ha inviato richieste ai dirigenti scolastici di oltre trenta scuole primarie venete e, ad oggi, tredici istituti hanno autorizzato la raccolta e l’analisi dei campioni di acqua potabile. Il monitoraggio toccherà, nei prossimi giorni, le scuole primarie di numerosi comuni delle province di Verona (tra cui San Bonifacio, San Giovanni Lupatoto, Legnago), Vicenza (tra cui Montecchio Maggiore, Brendola, Arzignano, Sarego, Vicenza) e Padova (tra cui Montagnana e Padova) caratterizzati da un diverso grado di contaminazione da PFAS.

“Ringraziamo tutti i dirigenti scolastici che hanno autorizzato Greenpeace alla raccolta e analisi dei campioni di acqua, accogliendo le richieste di molti genitori preoccupati. Nei casi di contaminazione come questo i soggetti più vulnerabili sono proprio i bambini e per essi dovrebbe valere il principio di maggior tutela” dichiara Giuseppe Ungherese, Responsabile Campagna Inquinamento di Greenpeace Italia.

Un secco no alla richiesta di Greenpeace è invece arrivato dai dirigenti scolastici delle scuole primarie di alcuni dei comuni più esposti alla contaminazione come Lonigo, Noventa Vicentina, Pojana Maggiore e Arcole. Per altri istituti, da Cologna Veneta ad Altavilla Vicentina, ancora non è arrivata un’autorizzazione ufficiale.

“Pur comprendendo le cautele di alcuni dirigenti scolastici di istituti situati nei comuni dell’area più contaminata da PFAS, riteniamo preoccupante che non abbiano consentito a Greenpeace di raccogliere campioni di acqua, negando così la richiesta di molti genitori di avere dati indipendenti sulla presenza di PFAS nell’ acqua potabile delle scuole frequentate dai loro figli. Confidiamo in un ripensamento di questi dirigenti” conclude Ungherese.

Nelle scorse settimane Greenpeace ha lanciato una petizione per chiedere alla Regione Veneto di individuare e fermare tutte le fonti di inquinamento da PFAS ed abbassare i livelli consentiti per queste sostanze nell’acqua potabile allineandoli con quelli in vigore in altri paesi europei.

La petizione: http://www.greenpeace.org/italy/stop-pfas-veneto

mercoledì 22 marzo 2017

Si arresta l'avanzata globale del carbone

Il numero di centrali a carbone in via di realizzazione nel mondo ha registrato un forte decremento nel 2016, principalmente per l’instabilità della politica industriale di alcuni Paesi asiatici. È quanto emerge dal nuovo rapporto “Boom and Bust 2017: Tracking The Global Coal Plant Pipeline”, realizzato da Greenpeace, Sierra Club e CoalSwarm, e giunto alla sua terza edizione annuale.

Secondo il rapporto, l’effetto congiunto del rallentamento nella costruzione di nuovi impianti e della dismissione di parte della flotta di quelli operativi apre alla possibilità di contenere l’aumento delle temperature medie globali nei 2 gradi centigradi, a patto che i Paesi coinvolti nell’”economia del carbone” proseguano in questa direzione.

Il declino dell’economia del carbone si articola in una riduzione del 48 per cento nelle attività che precedono l’inizio della costruzione delle centrali (realizzazione dei progetti, richiesta di permessi, attività finanziarie dedicate), in una riduzione del 62 per cento nell’avvio di nuovi cantieri e in un decremento dell’85 per cento nel rilascio di nuovi permessi in Cina.

Questo andamento è dovuto principalmente a due fattori: ai provvedimenti restrittivi adottati dalle autorità centrali cinesi nella concessione di autorizzazioni alla realizzazione di nuovi impianti; ai tagli di budget degli investitori che operano in India. In questi due Paesi, al momento, sono stati congelati più di 100 progetti di nuove centrali.

Oltre al declino dei trend di costruzione di nuovi impianti, lo studio rivela anche la cifra record di 64 GW di potenza installata a carbone dismessi nel 2015 e nel 2016, principalmente nell’Unione europea e negli Stati Uniti: l’equivalente di circa 120 grandi centrali.

«Il 2016 rappresenta un autentico punto di svolta per il clima», commenta Lauri Myllyvirta, responsabile della campagna globale Carbone e Inquinamento atmosferico per Greenpeace e co-autore del rapporto. «La Cina, ad esempio, ha fermato la realizzazione di molte nuove centrali a carbone dopo che la fortissima crescita delle energie rinnovabili in quel Paese le ha rese superflue per il sistema energetico. Dal 2013, le energie pulite hanno in pratica colmato il deficit energetico cinese».

Sempre nel 2016, gli Stati Uniti e il Regno Unito hanno registrato un forte decremento delle emissioni, grazie al ritiro dalla produzione di molte centrali a carbone. Anche il Belgio e l’Ontario hanno chiuso la loro ultima centrale, mentre tre Stati del G8 hanno annunciato una data ultima per il phase out della fonte più nociva per il clima.

«Il trend che emerge da questo rapporto ricalca la situazione del nostro Paese», dichiara Andrea Boraschi, responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace in Italia. «L’età del carbone non si è conclusa, ma si vanno dismettendo le centrali più obsolete. E soprattutto non vi sono progetti per la realizzazione di nuovi impianti. L’ultimo che si minacciava di voler realizzare, a Saline Joniche, è stato definitivamente cancellato. Ma il nostro governo, al contrario di altri, non trova il coraggio di indicare una data ultima per l’uscita dal carbone: è il sintomo più evidente, questo, della mancanza di una strategia energetica veramente orientata al futuro e alla salvaguardia del clima», conclude Boraschi.

In un quadro complessivamente molto positivo, nel rapporto emergono alcuni Paesi che non stanno investendo nelle energie rinnovabili e che sono invece fortemente impegnati a realizzare nuovi impianti a carbone: Giappone, Corea del Sud, Indonesia, Vietnam e Turchia.

lunedì 12 settembre 2016

Tap, procura di Lecce chiede archiviazione inchieste - Trevisi: "Noi nonmolleremo"


La Procura di Lecce ha chiesto l’archiviazione delle due inchieste sulla realizzazione del gasdotto Tap, che partirà dall’Azerbaijan e approderà a San Foca, marina di Melendugno.
Su questa decisione arriva il duro attacco del Capogruppo del M5S Antonio Trevisi: Come M5S abbiamo sempre dimostrato la non strategicità dell’opera, la sua inutilità, quindi non molleremo mai il tiro sull’aspetto tecnico e amministrativo, continuando ad ostacolare un progetto inutile ed il suo iter. TAP è stata, come tutte le grandi opere a cui danno la valenza di "strategica", imposta alla popolazione scegliendo il peggior approdo possibile. Per questa grande opera i proprietari terrieri subiranno gli espropri e dovranno accontentarsi dei ristori decisi dalla multinazionale. E qui la doppia beffa perché i proprietari, oltre a doversi accontentare, pagheranno anche l’IMU sul tubo, e naturalmente pagheranno anche di più se la richiesta di TAP di cambio di destinazione dei suoli sarà effettiva.”
Secondo il procuratore della Repubblica di Lecce Cataldo Motta e il suo sostituto Angela Rotondano, invece, l’iter seguito dalla società è del tutto regolare e quindi i lavori possono andare avanti. “La parola ora passa al gip – conclude Trevisi - che dovrà valutare la richiesta di archiviazione e decidere se potrà essere accolta oppure valutare un’eventuale opposizione delle parti offese e disporre, di conseguenza, ulteriori indagini che a mio parere si dovrebbero   concentrare sui pesi discrezionali con cui il CTVIA è arrivata alla scelta si San Foca che sono viziati dall'assenza del posidonieto nonché sulla fattibilità e l'idoneità dei fondali di San Foca alla relizzazione del microtunnel.”

martedì 30 giugno 2015

Impegno della Cina sul clima: "Ridurremo l'intensità di carbonio del 65% entro il 2030"


Secondo quanto riportato da alcune fonti giornalistiche, oggi la Cina ha sottoscritto l’obiettivo di ridurre entro il 2030 l’intensità di carbonio del 60-65% rispetto ai livelli del 2005. L’annuncio è stato fatto dal premier cinese Li Keqiang durante una visita ufficiale in Francia. La decisione della Cina è parte di un piano di contrasto ai cambiamenti climatici che ogni Paese deve sottoporre alle Nazioni Unite in vista della conferenza mondiale sul clima che si terrà a Parigi il prossimo dicembre. «Finora la Cina ha sempre giocato in difesa la partita sul cambiamento climatico, perciò oggi è stato fatto un primo passo importante verso un ruolo più attivo. Affinché la Conferenza di Parigi sia un successo, occorre però che tutti gli attori principali – la stessa Cina, ma anche l’Unione Europea – si pongano obiettivi più ambiziosi», dichiara Luca Iacoboni, responsabile della campagna Clima e Energia di Greenpeace Italia. L’annuncio cinese arriva dopo gli impegni già presi da Unione Europea e Stati Uniti. Tutti i più grandi inquinatori hanno dunque messo sul tavolo delle trattative i rispettivi obiettivi in vista della Conferenza sul Clima di Parigi. «L’impegno di oggi è solo un punto di partenza. L’obiettivo annunciato non riflette pienamente l’importante transizione energetica già avviata in Cina. Se prendiamo in considerazione fattori come il calo dei consumi di carbone, la robusta crescita delle rinnovabili e il drammatico bisogno di sconfiggere l’inquinamento atmosferico, siamo convinti che la Cina possa andare ben oltre quanto proposto oggi», conclude Iacoboni.

giovedì 31 luglio 2014

Barletta città inquinata? Si può chiedere un risarcimento




Verità nascoste perché dispendiose. Certo non costituiscono una novità ma è bene che i barlettani ne siano a conoscenza, specie per chi abita in prossimità della Buzzi Unicem (che in data 05/07/2012 è stata autorizzata ad incenerire 65.000 tonnellate di rifiuti annui), della zona industriale o di punti strategici particolarmente soggetti al fumo di sigaretta o ai tubi di scappamento delle automobili (leggi zona Castello ad esempio). Ebbene sappiate che gli abitanti delle città italiane inquinate, si sono ribellati e possono ancora ribellarsi all’immobilismo delle amministrazioni silenziose e consenzienti chiedendo il risarcimento per DANNI DA INQUINAMENTO. Certo il concetto di inquinamento comprende infinite realtà, ma grazie al Codacons l’anno scorso ogni cittadino costretto a vivere in un ambiente inquinato e a respirare aria malsana, ha potuto chiedere 2.000 euro di risarcimento danni attraverso l’apposita azione lanciata sul sito www.codacons.it che nel 2013 ha coinvolto 45 centri abitati.
Dunque, perché non prendere esempio? Visti i danni che smog, diossine, polveri sottili, CO2 e altre sostanze cancerogene possono provocare, 2000 euro potrebbero sembrare pochi, se non ridicoli. Ma questo risarcimento va interpretato come un diritto del cittadino, come un nuovo punto di partenza o quanto meno come un ennesimo tentativo di far valere il diritto alla salute e alla salvaguardia della città e dell’ambiente. Perciò la richiesta di massa di più risarcimenti potrebbe finalmente far smuovere qualcosa. Purtroppo presidi, proteste e manifestazioni non sono sempre sufficienti, tant’è che diossine e sostanze inquinanti aleggiano spensieratamente sopra le nostre teste e dimorano nei nostri polmoni – ma anche sotto la pelle di chi ci volta le spalle in nome del dio denaro. Se poi a questo tetro quadro aggiungiamo che proprio a due passi dall’inceneritore continuano a sorgere nuovi edifici, è davvero lecito pensare che le tante mani che stringono le redini di questa città non stanno facendo altro che condurla al baratro. Non è un caso, infatti, che il Codacons abbia affermato che la responsabilità dello sforamento delle soglie limite è di regioni e comuni, i quali devono sentirsi obbligati a monitorare costantemente gli agenti inquinanti dannosi per la salute. Ricordiamo – forse inutilmente – che più le città sono inquinate più gli abitanti sono soggetti a malattie cardiorespiratorie, malformazioni e tumori. Per farsi un’idea basta dare un’occhiata all’incidenza di patologie tumorali nella vicina area di Taranto.


L’inquinamento atmosferico rappresenta l’alterazione delle condizioni naturali dell’aria, dovuta alle emissioni dei gas di scarico di autoveicoli, caldaie, centrali elettriche, fabbriche, impianti di incenerimento. Le sostanze inquinanti più diffuse in atmosfera sono il biossido di zolfo (So2, di è responsabile il settore industriale, che per ovvi motivi deve essere lontano dal centro abitato), gli ossidi di azoto (Nox), il monossido di carbonio (CO), l’ozono, il benzene, gli idrocarburi policiclici aromatici (IPA), le polveri (soprattutto il particolato di diametro inferiore a 10 milionesimi di metro, il Pm10, causato prevalentemente dallo smog), le polveri ultrasottili come il Pm2,5 (non possono essere bloccate neanche con i più moderni impianti di filtraggio) e il piombo. Le centraline spesso non riescono a rilevare la presenza di queste sostanze in quanto le emissioni sono composte prevalentemente da nanoparticelle, perciò può risultare impossibile far riferimento a parametri reali. Detto ciò, non si può non sottolineare che un inceneritore è un impianto nocivo e molto costoso, senza dubbio utile solo a chi lo costruisce/gestisce. I venti che soffiano in città, infatti, trasportano polveri residue e ceneri nocive per la nostra salute. Per ridurre i rifiuti e dar loro nuova vita è sufficiente applicare il principio delle 4R: riciclo, riuso, riduzione, recupero. Concetto ampiamente divulgato dal Colletivo Exit, Beni Comuni e Circolo Arci. È il silenzio dei singoli che lascia marcire la città nell’indifferenza.
Inquinamento da diossina, inquinamento ambientale, inquinamento acustico, inquinamento atmosferico. Quattro ecomostri partoriti dall’uomo che pesano sulla salute pubblica come macigni avvelenandoci in silenzio. A completare il quadro, il miraggio della delocalizzazione degli impianti industriali e lo spettro della perdita dei posti di lavoro (ricordiamo che per salute pubblica s’intende anche quella dei lavoratori). Perciò, in assenza di reali provvedimenti impariamo a denunciare a ad auto-tutelarci anche con una semplice richiesta di risarcimento.
Mio articolo su Barletta News

lunedì 9 dicembre 2013

Convenzione di Barcellona - Adottato piano regionale sulla gestione dei rifiuti nel Mediterraneo


 La Conferenza delle parti della Convenzione di Barcellona per la protezione del Mediterraneo ha finalmente adottato un piano regionale sulla gestione dei rifiuti in mare, che fornirà un quadro di riferimento comune per i Paesi del Mediterraneo rappresenterà uno sforzo a livello locale per ridurre al minimo la presenza e l'impatto dell'inquinamento provocato dai rifiuti marini. «Sono molto lieto di vedere la Convenzione del Mediterraneo prendere così seriamente il problema dei rifiuti marini. Si tratta di un passo importante per una riduzione consistente della spazzatura che finirà in mare entro il 2025, come i leader mondiali hanno sottolineato in occasione del summit Rio+20 l'anno scorso. Spero che altre convenzioni regionali sul mare intraprendano simili passi» ha commentato il commissario europeo all'ambiente, Janez Potocnik. Tre gli obiettivi principali del piano dei Paesi del Mediterraneo:
- prevenire che l'immondizia finisca in mare
- a rimuovere laddove possibile l’immondizia esistente
- far conoscere il problema
Ogni anno circa 10 milioni di tonnellate di spazzatura arrivano nei mari e negli oceani del Pianeta, a danno non solo dell'ambiente ma anche della salute umana e dell'economia. Questo piano è un grande passo in avanti verso la salvaguardia dell’ecosistema mediterraneo.