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giovedì 19 marzo 2020

Scarica gratis il libro "La terra è più calda. Come e perchè sta cambiando il clima"


Per aiutare i ragazzi che si trovano a casa, alle prese con compiti e ricerche, Greenpeace mette a disposizione gratuitamente sul proprio sito un libro divulgativo sui cambiamenti climatici.

Si intitola “LA TERRA È PIÙ CALDA. Come e perché sta cambiando il clima”, è stato realizzato con il contributo di esperti di comunicazione e corredato di immagini, giochi e quiz. Il contenuto, ricco e stimolante, sarà probabilmente di aiuto a tutta la famiglia che vuole saperne di più, nonni inclusi, anche se è stato pensato in particolare per ragazzi della scuola media e del biennio delle superiori.

Che differenza c’è tra meteo e clima? Se gli inglesi coltivavano la vite già nel Medioevo, che era più caldo di oggi, vuol dire che il clima è sempre cambiato? Davvero nel 1816 non c’è stata estate, come mai?

“C’è sempre più consapevolezza tra i giovani dell’urgenza di combattere i cambiamenti climatici, come dimostrano i Fridays for Future che, anche in questo periodo difficile, non hanno smesso di incontrarsi e scioperare virtualmente” dichiara XXX. “Con questa pubblicazione vogliamo rispondere alle tante domande sul clima che i ragazzi spesso ci rivolgono, ma anche offrire uno strumento in più per chi vuole approfondire on line in questo periodo in cui anche la didattica, alla quale certo non vogliamo sostituirci, è obbligata a utilizzare questa modalità”.

giovedì 16 gennaio 2020

Greenpeace lancia un corto di animazione con la voce di Giorgia: la casa delle tartarughe è in pericolo


Greenpeace lancia oggi “Tartarughe in viaggio”, il corto di animazione realizzato per l’organizzazione dal pluripremiato studio Aardman, creatore tra gli altri di “Galline in fuga” e “Wallace e Gromit”, che mostra come i nostri oceani siano in pericolo e quanto sia importante agire subito per proteggerli.
Con la partecipazione straordinaria dei premi Oscar Olivia Colman and Dame Helen Mirren, per la versione internazionale, e di Giorgia e Adriano Giannini, doppiatori per la versione italiana, il video racconta la storia di una famiglia di tartarughe che tenta di tornare a casa, in un oceano che è sempre più minacciato da cambiamenti climatici, inquinamento da plastica, trivellazioni petrolifere e pesca eccessiva.
La cantautrice Giorgia, doppiatrice di “mamma tartaruga”, dichiara: “Sono felice di dar voce a una tartaruga grazie a Greenpeace. La casa è quanto di più prezioso abbiamo, uno spazio sicuro per noi e la nostra famiglia. Eppure la stiamo togliendo a tartarughe, balene, pinguini e tanti altri animali. Se non agiamo ora, rischiamo di causare danni irreversibili ai nostri oceani e di perdere alcune specie per sempre. Spero che questo corto faccia prendere coscienza a sempre più persone dei danni che stiamo causando al mare".
Negli ultimi 500 anni le popolazioni di tartarughe marine si sono fortemente ridotte, principalmente a causa della caccia. Oggi le principali minacce alla loro sopravvivenza sono la pesca industriale, l’urbanizzazione costiera, l’inquinamento e i cambiamenti climatici.  Le tartarughe marine migrano per migliaia di chilometri attraverso i mari per spostarsi tra le spiagge dove nidificano, le aree dove si accoppiano e quelle più ricche di cibo per alimentarsi. 

In contemporanea all’uscita del corto, Greenpeace lancia oggi i risultati di uno studio realizzato per tracciare le migrazioni delle tartarughe liuto, la specie di tartarughe più grande al mondo, dalle aree di riproduzione in Guyana francese. Lo studio “Turtles Under Threat mostra come a causa dei cambiamenti climatici le tartarughe debbano viaggiare quasi il doppio per raggiungere le aree dove si alimentano consumando una gran quantità di energia. Questo potrebbe avere impatti gravissimi sulla loro già ridotta capacità di deporre uova. Il numero di uova deposte dalle tartarughe marine sulle spiagge della Guyana francese rispetto agli anni Novanta è diminuito di circa 100 volte, con meno di 200 nidi per stagione, rispetto ai 50 mila di allora.

“Sei delle sette specie di tartarughe marine sono minacciate di estinzione e senza un'azione urgente la situazione non potrà che peggiorare. Non c’è più tempo da perdere: i governi di tutto il mondo devono firmare un Accordo Globale che garantisca la reale protezione degli oceani. La comunità scientifica chiede di tutelare almeno il 30 per cento della superficie marina entro il 2030 con una rete di Santuari per permettere alla vita marina di sopravvivere in un mondo sempre più minacciato dalle attività umane, cambiamenti climatici in primis” dichiara Giorgia Monti responsabile Campagna mare di Greenpeace Italia.

Un Accordo Globale sugli oceani verrà definito alle Nazioni Unite quest’anno. Greenpeace ha inviato ieri al Ministero degli Esteri una lettera per chiedere che l’Italia, originariamente uno dei paesi promotori del trattato ma recentemente assente dai negoziati internazionali, assuma una posizione forte a tutela degli oceani.

Leggi il rapporto “Turtles under threat” (in inglese): www.greenpeace.org/international/publication/28181/turtles-under-threat/

lunedì 4 novembre 2019

Greenpeace su plastic tax: "Giusta ma mancano incentivi alle alternative"


Greenpeace interviene sul dibattito in corso sulla plastic tax.
“Riteniamo che tassare la plastica sia sicuramente giusto, e con tale provvedimento il governo finalmente prende atto che questo materiale è problematico per l’ambiente: quindi, il suo uso va disincentivato. La nuova tassazione sarà valida per tutte quelle aziende che da decenni fanno enormi profitti, a scapito dell’ambiente, promuovendo la produzione e l’uso di enormi quantità di imballaggi – non sempre utili – senza assumersi alcuna responsabilità della loro corretta gestione e recupero a fine vita” dichiara Giuseppe Ungherese, responsabile campagna inquinamento di Greenpeace.

Per Greenpeace la domanda è: questo provvedimento sarà realmente incisivo dal punto di vista ambientale? La tassazione dovrebbe essere accompagnata da una serie di sgravi e incentivi per il ricorso ad alternative a basso impatto ambientale – come lo sfuso o i sistemi basati sulla ricarica e il riutilizzo dei contenitori - non favorendo il ricorso a false soluzioni  come la carta e le plastiche biodegradabili e compostabili non meno impattanti sull’ambiente. In questo modo, la nuova tassazione spingerebbe verso una vera innovazione tutte quelle aziende che basano il proprio business sugli imballaggi monouso, ricorrendo a tutte quelle alternative che già oggi esistono ma che raramente troviamo disponibili per i nostri acquisti quotidiani. L’inserimento di una modularità, con una tassazione crescente negli anni e sulla reale riciclabilità degli imballaggi, potrebbe inoltre spingere velocemente le aziende a investire ancor più rapidamente in sistemi di distribuzione alternativi.

“La nuova tassa – per non avere solo un mero scopo fiscale – dovrebbe essere inserita in quadro normativo più organico che preveda una riduzione della produzione degli imballaggi monouso, uno degli obiettivi della direttiva europea sulla plastica usa e getta che andrà in vigore in tutta Europa a metà 2021. Il governo italiano colga quindi la giusta intuizione della Plastic Tax per diventare davvero leader nella lotta all’inquinamento da plastica” conclude Ungherese.

In occasione del Global Refill Day, la giornata internazionale promossa da Greenpeace in tutto il mondo per sensibilizzare i cittadini sulle alternative agli imballaggi in plastica monouso, i volontari di Greenpeace si recheranno domani e dopodomani ai supermercati in 18 città,   invitando i consumatori a disfarsi del packaging eccessivo e a utilizzare contenitori riutilizzabili per gli acquisti quotidiani.

I volontari raccoglieranno la plastica degli imballaggi man mano che i consumatori escono dai supermercati per mostrare la montagna di rifiuti in plastica che si viene a creare.

giovedì 10 ottobre 2019

Trivelle: Legambiente, Greenpeace e WWF al Mise «Cosa può fare nell'immediato il governo?»


Greenpeace, WWF e Legambiente hanno inoltrato oggi una lettera aperta al ministro dello Sviluppo Economico, Stefano Patuanelli, per chiedere quali siano gli atti concreti del governo in materia di prospezione, ricerca ed estrazione e di idrocarburi, dopo l’annuncio da parte dell’esecutivo di una normativa che vieterà il rilascio di nuove concessioni.

Le organizzazioni ambientaliste, nel dettaglio, chiedono al ministro Patuanelli di:

1 - Attuare il piano di dismissione (decommissioning) delle 34 piattaforme per l’estrazione degli idrocarburi (il 50% delle quali senza Valutazione di Impatto Ambientale) individuate nel “Programma italiano di attività per le dismissioni piattaforme offshore”, redatto a fine 2018 dopo due anni di confronto tecnico tra lo stesso Ministero dello Sviluppo Economico, il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, Assomineraria (l’associazione di categoria dei petrolieri) e le stesse associazioni ambientaliste (Greenpeace, Legambiente e WWF);

2.    Approvare la normativa, già annunciata dal governo, che introduca il divieto di nuove concessioni, in modo da stabilire un chiaro e definitivo termine temporale (come ha fatto la Francia), non solo per impedire altre trivellazioni in futuro, ma anche per determinare norme e procedure che favoriscano il decommissioning di quelle esistenti e introdurre una disposizione che cancelli qualsiasi forma di esenzione (franchigia) per i petrolieri dal pagamento delle royalties;

3.       Rendere noto quale sarà l’impostazione del Piano della Transizione Energetica Sostenibile delle Aree Idonee (PiTESAI) che dovrebbe definire le “aree idonee” alle attività estrattive. Le associazioni chiedono che il Piano sia coerente con l’obiettivo della riduzione drastica - con il fine ultimo della cancellazione - dell’estensione delle aree del nostro Paese dove sono consentite prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi. In particolare, le associazioni chiedono che sia immediatamente cancellata la Zona E, istituita nel 2013 (in cui al momento non risulta esserci nessuna autorizzazione) posizionata a ridosso del Santuario Pelagos, istituito per la tutela dei cetacei.

«Per contrastare l’emergenza climatica in corso occorrono immediati provvedimenti che conducano ad una svolta decisiva verso la totale decarbonizzazione», dichiarano Greenpeace, WWF e Legambiente. «Se dunque si vuole davvero perseguire la strada dello sviluppo sostenibile, come dichiarato con forza nel programma di governo, si cominci da iniziative su cui già esiste un confronto avanzato, quali quelle relative alle trivellazioni offshore», concludono le organizzazioni.

Leggi la lettera

martedì 1 ottobre 2019

Plastica, Greenpeace: "Dalle multinazionali solo false soluzioni sull'inquinamento da usa e getta"


La sostituzione della plastica con materiali alternativi, non meno impattanti sul Pianeta come la carta e le plastiche biodegradabili e compostabili, e i crescenti investimenti nello sviluppo di nuovi sistemi di riciclo tutt’altro che efficaci, non sono soluzioni efficaci per risolvere il problema dell’inquinamento da plastica. È quanto emerge dal report di Greenpeace “Il Pianeta usa e getta. Le false soluzioni delle multinazionali alla crisi dell’inquinamento da plastica, che evidenzia come le soluzioni promosse dalle grandi aziende degli alimenti e delle bevande, non riducendo a monte la produzione di packaging usa e getta, consentiranno di perpetuare un modello di business e di consumo insostenibile per l’ambiente.

“Nonostante le crescenti prove scientifiche sui danni irreversibili che l’inquinamento da plastica può causare, la produzione aumenterà drasticamente nei prossimi anni” dichiara Giuseppe Ungherese, responsabile campagna inquinamento di Greenpeace. “Le multinazionali continuano a promuovere come sostenibili alternative che in realtà non lo sono e che rischiano di generare ulteriori impatti su risorse naturali già eccessivamente sfruttate, come le foreste e i terreni agricoli. Per risolvere il problema dell’inquinamento da plastica, le grandi aziende devono ridurre drasticamente la produzione di usa e getta, investendo in sistemi di consegna dei prodotti basati sul riuso e sulla ricarica e che non prevedano il ricorso a packaging monouso»

Se da un lato molte multinazionali - incluse Nestlé, Unilever e PepsiCo - si sono impegnate a rendere i propri imballaggi in plastica riciclabili, riutilizzabili, compostabili o realizzati con materiali riciclati, dall’altro continuano ad aumentare la produzione di prodotti confezionati in plastica monouso o in altri materiali usa e getta. Il report di Greenpeace sottolinea come le grandi aziende stiano investendo in tecnologie di riciclo emergenti basate sul trattamento chimico dei rifiuti in plastica, i cui reali impatti lasciano numerosi dubbi, e sul riciclo tradizionale, opzione non in grado di arginare il problema.

La sostituzione della plastica con la carta potrebbe inoltre generare enormi pressioni sulle foreste del Pianeta, ecosistemi a elevata biodiversità e fondamentali nella lotta al cambiamento climatico. E anche il passaggio a plastiche biodegradabili e compostabili ha un impatto importante, perché si tratta di materiali provenienti da colture agricole. Inoltre, gran parte di queste plastiche, oltre a essere costituite in maggior parte da plastica tradizionale, necessitano di condizioni particolari per il loro smaltimento che difficilmente si trovano in natura. Di conseguenza, se disperse nell’ambiente, possono dar luogo agli stessi impatti generati dalla plastica tradizionale.

Il report evidenzia inoltre come l’industria delle fonti fossili stia reindirizzando parte dei propri investimenti nella produzione di plastica che, secondo stime recenti, aumenterà del 40 per cento nei prossimi dieci anni arrivando ad essere responsabile del 20 per cento del consumo mondiale di petrolio. Entro la fine del 2019, inoltre, la produzione di plastica e il suo incenerimento raggiungerà, a livello mondiale, una quantità di emissioni di anidride carbonica pari a quelle di 189 centrali elettriche a carbone con conseguenze importanti anche sul clima.

Per spingere le grandi multinazionali a intervenire sul problema dell’inquinamento da plastica, Greenpeace ha da tempo lanciato una petizione, sottoscritta da più di quattro milioni di persone in tutto il mondo, con cui chiede ai grandi marchi come Nestlé, Unilever, Coca-Cola, PepsiCo, Ferrero e San Benedetto e Danone di ridurre la produzione, investendo in sistemi di consegna alternativi che non prevedano il ricorso a contenitori e imballaggi in plastica e altri materiali monouso.

venerdì 13 settembre 2019

Greenpeace: "A Volkswagen primato negativo per quantità di emissioni. Veicoli FCA i più inquinanti per emissioni medie"


Alla vigilia del Salone dell’Automobile di Francoforte, Greenpeace ha lanciato oggi una classifica delle 12 principali compagnie automobilistiche del mondo in relazione al loro impatto sul clima. Secondo quanto contenuto nel report “Scontro con il clima: come l’industria automobilistica guida la crisi climatica”, Volkswagen è l’azienda che produce la maggior quantità di emissioni, seguita da Renault Nissan, Toyota, General Motors e Hyunday-Kia. Fiat Chrysler Automobiles (FCA) detiene invece il primato negativo di azienda più inquinante per emissioni medie per veicolo. Nel suo complesso, nel 2018 il settore automobilistico ha prodotto il 9 per cento delle emissioni globali di gas serra, più di tutta l’Ue.



«Viviamo una grave emergenza climatica e le case automobilistiche sono tra le principali responsabili di quanto sta accadendo al clima», dichiara Luca Iacoboni, responsabile della campagna Clima di Greenpeace Italia. «La sola Volkswagen emette più dell’Australia, e non è da meno Fiat Chrysler Automobiles, l’azienda con il più alto livello medio di emissioni per veicolo, che in termini di gas serra inquina di più dell’intera Spagna».



Dall’analisi effettuata da Greenpeace emerge che la rapida diffusione di modelli più grandi e pesanti come i SUV sta causando un ulteriore incremento delle emissioni. In Europa, la quota di mercato di questi modelli è aumentata di oltre quattro volte negli ultimi dieci anni - dall’8 per cento del 2008 al 32 per cento del 2018 – mentre nel 2018 le vendite totali di SUV negli Stati Uniti hanno raggiunto quasi il 70% del mercato.



«Occorre una rivoluzione della mobilità e del settore dei trasporti, e le aziende automobilistiche, che oggi stanno ostacolando questo cambiamento proponendo false soluzioni come le macchine ibride, devono invece esserne protagoniste», continua Iacoboni. «L’industria dell’auto deve abbandonare completamente gli inquinanti motori a combustione interna, smettere di seguire un modello di business sbagliato che prevede un costante aumento della vendita di veicoli, e puntare su servizi che si integrino con il trasporto pubblico, come il car sharing e il car pooling», conclude.



In questi giorni produttori di auto e rappresentanti politici da tutto il mondo parteciperanno a Francoforte al Salone dell’Automobile, la più grande fiera del settore a livello globale. Il 14 settembre Greenpeace, insieme ad altri gruppi e a migliaia di persone, manifesterà – muovendosi a piedi o in bicicletta – davanti all’ingresso del Salone per chiedere una rapida transizione verso modelli di trasporto più sostenibili.



Per raggiungere l’obiettivo fissato dall’Accordo di Parigi di mantenere l’aumento medio della temperatura globale entro 1,5°C, Greenpeace chiede a tutte le case automobilistiche di fermare la produzione e la vendita di auto diesel e benzina entro il 2028, compresi i modelli ibridi, e di impegnarsi a produrre veicoli elettrici più piccoli, leggeri, ed efficienti dal punto di vista energetico.

martedì 23 luglio 2019

Greenpeace: "Oceani danneggiati da estrazioni di metalliin acque profonde"



Gli oceani del Pianeta potrebbero subire gravi e irreversibili danni dall’avvio di estrazioni minerarie in alto mare. È quanto emerge da “In acque profonde”, report di Greenpeace International che rivela come l’industria dell’estrazione mineraria in alto mare sia consapevole e noncurante del fatto che queste attività potrebbero portare all’estinzione di specie uniche. Per questo Greenpeace invita le Nazioni Unite a stipulare un solido Trattato globale sugli Oceani, che sia in grado di dare priorità alla conservazione di questi ecosistemi e non al loro sfruttamento.
«Gli abissi sono il più grande ecosistema del Pianeta, nonché la casa di creature uniche che a malapena conosciamo. L’avidità di questo nuovo settore industriale potrebbe distruggere le meraviglie presenti sui fondali degli oceani prima ancora di avere la possibilità di osservarle e studiarle» dichiara Louisa Casson, della campagna Protect the Oceans di Greenpeace.
Ad oggi, solo circa lo 0,0001% dei fondali degli abissi è stato esplorato o campionato. Il report di Greenpeace mette in guardia dalle inevitabili minacce alla vita marina in vaste aree degli oceani del Pianeta che potrebbero derivare dalle operazioni minerarie e dall’inquinamento da sostanze tossiche, se i governi permetteranno che l’estrazione in acque profonde inizi. Le attività minerarie potrebbero inoltre amplificare il fenomeno del cambiamento climatico causando il rilascio di carbonio intrappolato nei sedimenti marini o interrompendo quei processi che facilitano la cattura di carbonio nei sedimenti marini profondi.
Anche se le attività commerciali di estrazione mineraria non sono ancora iniziate, sono già state rilasciate 29 licenze di esplorazione a Paesi come Cina, Corea, Regno Unito, Francia, Germania e Russia, che hanno rivendicato vaste aree del Pacifico, dell’Atlantico e dell’Oceano Indiano, per una copertura complessiva di circa un milione di kilometri quadrati, pari quasi a due volte la superficie della Spagna.
Il report di Greenpeace sottolinea anche la debolezza dell’attuale governance oceanica, con l’International Seabed Authority (ISA), l’organismo delle Nazioni Unite incaricato di regolamentare l’industria dell’estrazione mineraria in alto mare, che dà priorità agli interessi delle imprese a discapito della protezione marina.
«È essenziale che i governi si accordino su un trattato ONU abbastanza forte da aprire la strada alla creazione di un network di santuari oceanici inaccessibili ad ogni forma di sfruttamento industriale, inclusa l’estrazione mineraria in alto mare», continua Casson. «È inoltre necessario imporre standard ambientali ben più alti per qualsiasi attività di questo tipo al di fuori di questi santuari».
Per chiedere ai principali marchi tecnologici mondiali di prendere le distanze dall'estrazione mineraria in alto mare, Greenpeace ha di recente lanciato una campagna per chiedere agli utenti di marchi come Apple, Google, Microsoft e HP di invitare questi giganti tecnologici a escludere qualsiasi uso futuro di metalli e minerali estratti dalle profondità oceaniche per la fabbricazione dei propri prodotti.

Greenpeace sostiene la transizione verso un mondo rinnovabile al 100 per cento entro il 2050 e incoraggia i governi, i produttori e i consumatori ad adottare modelli di economia circolare più sostenibili che riducano la necessità di estrarre metalli e minerali. I marchi e i produttori devono concentrarsi maggiormente sulla progettazione dei prodotti, riducendo la necessità di nuove materie prime rendendo i prodotti più durevoli, riparabili, riutilizzabili e riciclabili.

Leggi il report “In acque profonde”

giovedì 6 giugno 2019

Plastica, Greenpeace naviga nell'hotspot del Tirreno


«Una vera e propria “zuppa di plastica”, insieme a materiale organico di vario tipo, è quello che abbiamo trovato oggi nel Mar Tirreno, nella zona tra Elba-Corsica-Capraia all’interno del Santuario dei Cetacei. Bottiglie, contenitori in polistirolo utilizzati nel settore della pesca, flaconi, buste e bicchieri di plastica… per lo più imballaggi che vengono usati per pochi minuti ma restano in mare per decenni, hanno accompagnato la nostra navigazione», dichiara Giuseppe Ungherese, responsabile Campagna Inquinamento di Greenpeace Italia. 
Greenpeace, con il CNR-IAS di Genova e l’Università Politecnica delle Marche, sta percorrendo il Mar Tirreno centrale per monitorare lo stato di inquinamento dei nostri mari.
«Quello che abbiamo documentato dimostra come la plastica sia ovunque, anche in aree che sulla carta dovrebbero essere protette, come il Santuario Pelagos. In questo tratto di mare, per una convergenza di correnti, si crea un hotspot di plastica che si estende in uno spazio di alto valore naturalistico per la presenza di numerose specie di cetacei. Abbiamo effettuato dei campionamenti con i ricercatori a bordo per verificare anche la presenza di microplastiche: i risultati saranno noti nei prossimi mesi», aggiunge Ungherese.
Con una petizione sottoscritta da più di tre milioni di persone in tutto il mondo Greenpeace chiede ai grandi marchi di ridurre drasticamente la produzione di plastica, a partire dall’usa e getta. «Solo così possiamo davvero intervenire sul problema e salvare i nostri mari e le specie che lo popolano».

Il Tour MayDaySOSPlastica si concluderà l’8 giugno, Giornata mondiale degli Oceani, all’Argentario.

venerdì 8 febbraio 2019

Trivelle: Greenpeace, WWF e Legambiente aperte al confronto con Governo e forze sociali


Una battaglia di retroguardia a spese del Paese quella sostenuta da aziende e sindacati di categoria in difesa delle trivellazioni, basata su valutazioni economiche ampiamente fittizie e su tre grandi mistificazioni. Lo sostengono Greenpeace, Legambiente e WWF, che ricordano, innanzitutto, come: non esista alcun provvedimento di blocco dell’estrazione di idrocarburi gassosi o liquidi in Italia, ma solo la sospensione per 18 mesi di poche decine di permessi di prospezione e ricerca in vista della definizione di un Piano delle aree, che era stato previsto già dal 2014 e poi, inspiegabilmente cancellato nel 2016; non esiste, quindi, alcuna ricaduta di massa sui livelli occupazionali nel settore della produzione di oil and gas in Italia; non esiste nel nostro Paese un ricco e diversificato settore dedicato alla estrazione di idrocarburi, ma, a fronte di riserve di idrocarburi comunque scarse,  presenta un una situazione di assoluta predominanza in capo a quella che sostanzialmente è ancora una azienda di Stato, cioè all’ENI e alle sue associate che controllano l’85% delle piattaforme petrolifere offshore e l’assoluta maggioranza delle trivellazioni a terra.

Le tre associazioni, in vista anche della mobilitazione sindacale del 9 febbraio, confermano il loro impegno nel contribuire alla sicurezza ambientale ed energetica del Paese, che è possibile solo emancipandolo dalle fonti fossili e si dichiarano pronte al confronto con le forze sociali, in particolare con i sindacati sul futuro energetico del Paese e sulle nuove frontiere economiche ed occupazionali in campo energetico. Le tre associazioni chiedono inoltre al Governo che la redazione del Piano per la Transizione Energetica Sostenibile delle Aree Idonee (PiTESAI), previsto dal decreto semplificazioni, sia coerente con l’obiettivo della decarbonizzazione fissato dalla Strategia Energetica Nazionale (SEN), con le indicazioni che emergeranno dal Piano Energia e Clima, in attuazione dell’Accordo di Parigi e con il corretto recepimento della nuova direttiva comunitaria sulle rinnovabili (c.d. RED2).

Greenpeace, Legambiente e WWF riguardo alle prospettive del settore energetico e il peso su Sistema Italia del settore delle trivellazioni oil and gas, ricordano che il settore è ormai in declino, condannato anche dai rischi crescenti di risarcimenti per i danni causati dal cambiamento climatico. Sono questi rischi, e la crescita impetuosa di tecnologie innovative – una partita dalla quale l’Italia rischia di auto escludersi con un clamoroso harakiri – che stanno spingendo gli investitori lontani dalle fonti fossili. Abbiamo già perso tempo per immaginare una prospettiva di lungo respiro per riqualificare i lavoratori del settore oil &gas: continuando a promettere vita eterna a un comparto in agonia non gli faremo di certo un favore. Ci saremmo aspettati una maggiore reazione da parte del sindacato quando, negli scorsi anni, in Italia sono stati distrutti migliaia di posti di lavoro nel settore delle energie rinnovabili, causati da interventi legislativi miopi e perfino retroattivi, ai danni di centinaia di piccole e medie aziende italiane.

Scheda tecnica

Greenpeace, Legambiente e WWF ricordano alle forze sociali quali siano le prospettive del settore energetico e il peso sul Sistema Italia del settore dell’estrazione di idrocarburi liquidi e gassosi.

Prospettive del settore energetico – In Italia, nonostante la contrazione degli incentivi (che ha portato un taglio netto di 2 miliardi circa tra il 2016 e il 2017, da 14,4 mld del 2016 ai 12,5 mld del 2017), il GSE/Gestore dei Servizi Energetici registra nel 2018 la performance molto positiva delle fonti rinnovabili che già nel 2015, con il raggiungimento di una quota del 17,7%, ha consentito di raggiungere e superare, con 5 anni di anticipo, il target al 2020 del 17% di penetrazione sui consumi energetici complessivi, mentre le rinnovabili coprono già il 31% del consumo interno lordo di energia elettrica 2017. Un settore in pieno sviluppo quelle delle rinnovabili e dell’efficienza energetica in Italia nel quale nei prossimi anni si prevedono investimenti per 145 miliardi di euro, come attesta la SEN 2018. Questo quando, come ci ricorda l’OCSE, l’Italia è un Paese che produce piccoli volumi di gas naturale e petrolio e che, come ricordato da dati storici prodotti dal Ministero dello Sviluppo Economico nei nostri fondali marini ci sono 10,3 milioni di tonnellate di petrolio di riserve certe, che stando ai consumi attuali, coprirebbero il fabbisogno nazionale per sole 7 settimane, mentre quelle di gas a mare coprirebbero un fabbisogno di circa 6 mesi. E se si attingesse anche alle riserve di petrolio presenti nel sottosuolo, concentrate soprattutto in Basilicata, le riserve di greggio a mare e a terra verrebbero consumate in appena 13 mesi.

Il peso sul Sistema Italia dei trivellatori – Il settore delle trivellazioni in Italia è ampiamente favorito da meccanismi fiscali, che sia l’OCSE che la Banca Mondiale chiedono di cancellare, di abbattimento dei costi di produzione che ricadono su tutti i cittadini. Nel nostro Paese le aziende estrattive a mare non pagano royalty (10%) entro 80.000.000 Smc (metri cubi standard), e entro 50.000 tonnellate di petrolio (7%), mentre a terra non si pagano le royalty (10%) entro 25.000.000 Smc e entro 20.000 tonnellate petrolio (10%). Questo comporta, come rilevato ad ultimo nel 2015 dalle associazioni che: su 123 concessioni operanti delle 202 presenti in terra e in mare in Italia solo 30 superavano la franchigia oltre la quale si dovevano versare le royalty e che tra il 2017 e i primi tre trimestri del 2018 la franchigia è stata applicata solo al 27% della produzione italiana di gas offshore e al 22% circa della produzione offshore di petrolio. Si aggiunga, poi, che il settore gode anche di incentivi per le ricerche di prospezione e per la coltivazione dei cosiddetti giacimenti marginali e per la coltivazione dei cosiddetti giacimenti marginali e agevolazioni sul gasolio utilizzato nelle attività di ricerca e coltivazione di idrocarburi.  Si aggiunga poi che il costo annuale delle concessioni nel nostro Paese, prima dell’aumento di 25 volte previsto nel decreto semplificazioni era di circa 100/200 volte inferiore a quello applicato in Olanda per le attività di prospezione e ricerca e di circa 12 volte per le concessioni produttive. Il prelievo fiscale su queste attività si aggira tra il 50 e il 68%, quando in Norvegia (maggiore produttore europeo di idrocarburi) si aggira attorno al 78% e nel Regno Unito tra il 68 e l’82%.


sabato 20 ottobre 2018

Microplastiche nel sale da cucina - Impossibile sfuggire alla contaminazione


Ben 36 dei 39 campioni di sale da cucina analizzati, provenienti da diverse nazioni inclusa l’Italia, contenevano frammenti di plastica inferiori ai 5 millimetri, meglio noti come microplastiche. Lo rivela una recente ricerca scientifica, pubblicata sulla rivista internazionale Environmental Science & Technology nata dalla collaborazione tra Greenpeace e l’Università di Incheon in Corea del Sud. Dall’indagine, che ha preso in esame campioni di sale marino, di miniera e di lago, risulta che 36 campioni erano contaminati da microplastica costituita da Polietilene, Polipropilene e Polietilene Tereftalato (PET), ovvero le tipologie di plastica più comunemente utilizzate per produrre imballaggi usa e getta.

«Numerosi studi hanno già dimostrato la presenza di plastica in pesci e frutti di mare, acqua di rubinetto e adesso anche nel sale da cucina. Questa ricerca conferma la gravità dell’inquinamento da plastica e come per noi sia ormai impossibile sfuggire a tale contaminazione» dichiara Giuseppe Ungherese, responsabile Campagna Inquinamento di Greenpeace Italia. «È necessario fermare l’inquinamento alla radice ed è fondamentale che le grandi aziende facciano la loro parte riducendo drasticamente l’impiego della plastica usa e getta per confezionare i loro prodotti», conclude.

Questa ricerca, la prima condotta su vasta scala e tale da permettere un’analisi comparata della presenza di microplastiche in campioni di sale da cucina provenienti da numerose aree geografiche, ha consentito anche di correlare i livelli di inquinamento riscontrati nel sale con l’immissione e il rilascio di plastica nell’ambiente. Infatti, di tutti i campioni analizzati quelli provenienti dall’Asia hanno registrato i livelli medi di contaminazione più elevati con picchi fino a 13 mila microplastiche in un campione proveniente dall’Indonesia che, secondo studi recenti, è seconda per l’apporto globale di plastica nei mari.

In generale nei campioni di sale marino è stata osservata una maggiore presenza di microplastiche (compresi tra 0 e 1674 microplastiche per chilo, escludendo il campione indonesiano), seguiti dai campioni provenienti da laghi salati (compresi tra 28 e 462 microplastiche per chilo) e dalle miniere (compresi tra 0 e 148 microplastiche per chilo). Anche i tre campioni di sale provenienti dall’Italia, due di tipo marino e uno di miniera, sono risultati contaminati dalle microplastiche con un numero di particelle compreso tra 4 e 30 unità per chilogrammo. Inoltre, in base ai risultati della ricerca e, considerando l'assunzione media giornaliera di 10 grammi, un adulto potrebbe ingerire, solo attraverso il consumo di sale da cucina, circa 2 mila pezzi di microplastiche all'anno considerando la concentrazione media di microplastiche in tutti i sali analizzati e fino a 110 sulla base del dato italiano peggiore.

«I risultati suggeriscono che l’ingestione di microplastiche da parte dell’uomo può avvenire anche attraverso prodotti di origine marina e l’esposizione umana può dipendere dai livelli di contaminazione nelle differenti aree geografiche» afferma Kim Seung-Kyu, professore dell’Università di Incheon e autore dell’articolo. «Per limitare la nostra esposizione alle microplastiche – conclude - sono necessarie misure preventive riguardo l’immissione di plastica in mare, una migliore gestione dei rifiuti in ambiente terrestre e, soprattutto, la riduzione della produzione di rifiuti in plastica».

Nei mesi scorsi Greenpeace ha lanciato una petizione (no-plastica.greenpeace.it), sottoscritta da quasi due milioni di persone in tutto il mondo, con cui chiede ai grandi marchi come Coca-Cola, Pepsi, Nestlé, Ferrero, Unilever, San Benedetto, Procter & Gamble e McDonald’s di assumersi le proprie responsabilità, partendo dalla riduzione di contenitori e imballaggi in plastica monouso immessi sul mercato.

mercoledì 10 ottobre 2018

Collisione navi nel Santuario dei Cetacei, centinaia di chilometri quadrati contaminati dagli idrocarburi


Una elaborazione di Greenpeace effettuata su immagini satellitari rivela che la contaminazione di idrocarburi rilasciati dalla collisione tra il portacontainer Virginia e il traghetto Ulysses, circa trenta chilometri a nord ovest di Capo Corso, in pieno Santuario dei Cetacei, riguarda ormai un'area superiore ai 100 chilometri quadrati. Le immagini mostrano infatti che l’area interessata dalla contaminazione è passata dai circa 88 chilometri quadrati dell’8 ottobre ai 104 chilometri quadrati di ieri, 9 ottobre.

Le foto sono state ottenute dal Satellite SENTINEL (https://apps.sentinel-hub.com/eo-browser/) e l’area interessata dalla contaminazione è stata calcolata utilizzando il programma ArcGIS per desktop app con il sistema di proiezione delle coordinate Europe_Albers_Equal_Area_Conic.

«Questo è l’ennesimo disastro che si verifica nel Santuario dei Cetacei. Recuperare gli idrocarburi dispersi è impossibile e se non si mettono a punto meccanismi efficaci per prevenire simili incidenti il Santuario dei Cetacei sarà sempre a rischio», dichiara Alessandro Giannì, direttore delle Campagne di Greenpeace Italia. «È evidente che questo incidente poteva essere evitato. Il sospetto che sulla plancia del traghetto Ulysses non ci fosse nessuno è assolutamente fondato e un meccanismo di controllo delle rotte che si applichi almeno alle grandi imbarcazioni avrebbe potuto prevenire quest’incidente».

Secondo quanto si apprende da fonti stampa francesi, si potrebbe trattare del rilascio di varie centinaia di tonnellate di combustibile IFO (Intermediate Fuel Oil). Si tratta di una sostanza più leggera del “bunker” (combustibile semisolido), con un livello di tossicità acuta definito “medio”, ma con elevato livello di rischio per imbrattamento (a causa dell’elevata viscosità) e con elevata persistenza.

Le prossime ore potrebbero essere decisive per l’evoluzione di questo disastro. Fino ad ora le condizioni meteo sono ottimali, ma tra ventiquattro ore nella zona sono previste onde di due metri. Ciò potrebbe comportare non solo una notevolissima, ulteriore, dispersione degli idrocarburi fuoriusciti dalla portacontainer Virginia, ma anche rendere difficoltosa l’operazione di separazione delle due navi. In condizione di mare agitato, peraltro, le due navi potrebbero subire danni ulteriori con conseguenze pericolosamente imprevedibili.

«Dopo la Costa Concordia, la perdita di bidoni con sostanze pericolose al largo della Gorgonia, il naufragio del cargo turco Mersa 2 sull’Isola d’Elba, quest’ennesimo incidente ci conferma che il Santuario oggi è indifeso», continua Giannì. «Chiediamo al ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, di dare finalmente concretezza, con i suoi colleghi di Francia e Monaco/Montecarlo, al Santuario dei Cetacei che evidentemente, per ora, è solo un Santuario virtuale», conclude.

venerdì 3 agosto 2018

Casa Surace e Greenpeace contro la plastica usa e getta


 
Come ridurre l’utilizzo della plastica monouso e combattere l’inquinamento da questo materiale nei nostri mari? Lo spiega con ironia un nuovo video diffuso oggi da Casa Surace, realizzato in collaborazione con Greenpeace Italia. Pochi minuti per spiegare in modo originale come si possa fare a meno di oggetti in plastica - bicchieri, piatti, posate, cannucce - che vengono utilizzati soltanto per pochi minuti, ma che in realtà hanno un impatto devastante e duraturo sull’ambiente.

«Siamo molto contenti della collaborazione con Casa Surace, il loro video risponde con semplicità e intelligenza ai dubbi più comuni sulla plastica monouso, e dimostra come sia possibile sostituirla nella nostra vita quotidiana», dichiara Giuseppe Ungherese, responsabile della campagna inquinamento di Greenpeace Italia. «Nonostante infatti si parli sempre più spesso dell’inquinamento da plastica usa e getta, c’è bisogno di soluzioni, anche semplici, che evitino un peggioramento del fenomeno», conclude.

martedì 5 giugno 2018

Greenpeace chiede ai governi del G7 di fermare l'inquinamento da plastica


Appartengono per la maggior parte a Coca-Cola, Unilever, Nestlé e Procter & Gamble i rifiuti in plastica raccolti e catalogati recentemente da Greenpeace e da altre organizzazioni del movimento BreakFreeFromPlastic in alcune spiagge delle Filippine. Proprio a queste aziende, e alle maggiori potenze economiche che si incontreranno nei prossimi giorni al G7 in Canada, Greenpeace chiede interventi per la riduzione della produzione e immissione sul mercato di plastica usa e getta.

"È necessario che i governi e le grandi multinazionali riconoscano che il riciclo non è la soluzione del problema. Bisogna fermare l'inquinamento da plastica prima che sia troppo tardi" dichiara Graham Forbes, responsabile della campagna plastica di Greenpeace. "In tutto il mondo, migliaia di persone si battono quotidianamente contro l'inquinamento da plastica, ma questa crisi ambientale necessita di interventi urgenti e azioni concrete per ridurre la produzione e il consumo di plastica monouso".

Il movimento Break Free From Plastic - che rappresenta più di 1.200 gruppi in tutto il mondo tra cui Greenpeace - chiede ai paesi del G7 di approvare obiettivi di riduzione e divieti per la plastica monouso, investire in nuovi modelli di consegna dei prodotti basati sul riutilizzo e creare un sistema di tracciabilità della merce che renda le aziende responsabili della plastica che producono. Negli ultimi mesi, McDonald's, Starbucks, Procter & Gamble, Nestlé, Coca-Cola, Pepsi e Unilever hanno pubblicato piani volontari relativi all'inquinamento da plastica, ma nessuna delle aziende ha adottato interventi drastici per ridurre la produzione di imballaggi monouso.

Mentre le aziende sono ancora riluttanti ad assumersi le proprie responsabilità, in tutto il mondo, tante persone si stanno attivando per promuovere cambiamenti attraverso azioni di pressione su imprese e governi chiedendo di ridurre o vietare la plastica usa e getta. Un gruppo di cittadini di Veracruz, in Messico, ha ottenuto il bando dei sacchetti di plastica e delle cannucce nel loro Stato. Ullapool, un villaggio scozzese, è diventato il primo comune plastic-free a seguito dell’attività di sensibilizzazione e pressione di alcuni bambini della scuola locale. Quasi 100 bar in Grecia hanno accettato di concedere sconti a tutti i clienti che impiegano le loro tazze riutilizzabili e in Italia, a seguito dei risultati delle indagini di Greenpeace e del CNR in cui erano stati riscontrati elevati livelli di microplastica nelle acque delle Isole Tremiti, il Sindaco ha vietato la vendita di alcuni prodotti in plastica monouso.

“Iniziative come queste mostrano che ognuno può fare la differenza, facendo pressione su governi e multinazionali perché si facciano carico di questa grave crisi ambientale. Invitiamo tutti gli amanti del mare a partecipare all’iniziativa Plastic Radar (plasticradar.greenpeace.it) di Greenpeace segnalando la presenza di rifiuti di plastica in mare via Whatsapp al numero +39 342 3711267” dichiara Giuseppe Ungherese, responsabile Campagna Inquinamento di Greenpeace Italia.

Leggi i risultati recenti di pulizia e catalogazione dei rifiuti condotti in Asia:

martedì 20 marzo 2018

Giornata mondiale delle foreste: Greenpeace denuncia tagli illegali in Amazzonia


Alla vigilia della Giornata Internazionale delle Foreste, istituita dalle Nazioni Unite il 21 marzo, Greenpeace lancia il nuovo rapporto “Alberi immaginari, distruzione reale” che conferma come il legname proveniente dall'Amazzonia brasiliana sia legato a violazioni dei diritti dei popoli indigeni, delle comunità locali e delle leggi ambientali del Paese.
L’Ipè, considerato uno dei legni più duri al mondo, è prodotto nello stato brasiliano del Parà e viene impiegato principalmente come parquet da esterni. L'alto valore commerciale di questa essenza, che una volta trasformata in pavimentazione o rivestimenti può arrivare fino a 2.500 dollari per metro cubo, rende redditizio per la mafia del legno penetrare in profondità nella foresta ai danni di popolazioni indigene, comunità locali e a discapito della biodiversità. 
“Un'indagine sul campo nel sud-ovest del Pará ha dimostrato che gli inventari forestali possono essere facilmente falsificati, dichiarando la presenza di un numero di alberi di valore commerciale superiore a quello reale, oppure spacciando specie arboree di scarso valore commerciale come pregiate. Sulla base di questi dati falsificati, le agenzie statali rilasciano dei permessi che autorizzano a tagliare una quantità di Ipè che è di fatto superiore a quella realmente esistente” spiega Martina Borghi, campagna foreste di Greenpeace Italia. “In questo modo, gli alberi realmente esistenti vengono tagliati e la mancanza di quelli dichiarati ma effettivamente inesistenti viene compensata prelevando Ipè da terre indigene, aree protette o terre pubbliche. I permessi vengono poi consegnati alle segherie, che finiscono quindi per lavorare ed esportare legname tagliato illegalmente”.
Ben 11 paesi dell'UE hanno importato circa 10 milioni di metri cubi di Ipè dalle aree a rischio tra marzo 2016 e settembre 2017.
Greenpeace chiede al governo brasiliano e alle autorità degli stati dell’Amazzonia brasiliana che producono legname di rivedere tutti i piani di gestione forestale; di sospendere quelli che si basano su inventari forestali fraudolenti; e di implementare un sistema di controllo e autorizzazioni che sia veramente trasparente e centralizzato.
In questi giorni è in Italia Francinara Baré, la prima donna Coordinatrice generale della Coordinazione delle Organizzazioni Indigene dell’Amazzonia Brasiliana (COIAB), la più grande organizzazione indigena del Brasile, che rappresenta 160 popolazioni da nove stati dell’Amazzonia (circa il 60% della popolazione indigena totale). La leader indigena parteciperà a due eventi pubblici, a Roma alla Città dell’Altreconomia giovedì 22 marzo alle 18,30 e a Milano al Festival dei Diritti Umani, che quest'anno è dedicato ai difensori dell'ambiente. L’appuntamento milanese è sabato 24 marzo alle 15 presso la Triennale.

lunedì 4 dicembre 2017

Artico, accordo storico di protezione dalla pesca commerciale


È stato raggiunto a Washington uno storico accordo internazionale per proteggere da ogni attività di pesca commerciale la parte centrale del Mar Glaciale Artico. Gli Stati Uniti, il Canada, la Norvegia, la Russia, la Danimarca, l'Islanda, il Giappone, la Corea del Sud, la Cina e l'Unione europea hanno infatti firmato una moratoria di 16 anni sulla pesca commerciale in acque internazionali, in un’area più grande del Mediterraneo, di circa 2,8 milioni di chilometri quadrati.

«Questa è una vittoria storica per la protezione dell’Artico. Grazie ai milioni di persone di tutto il mondo che hanno sostenuto la campagna Save the Arctic, quest'area unica sarà al sicuro dalle attività di pesca distruttiva», dichiara Jon Burgwald di Greenpeace Nordic. «Ci congratuliamo con i Paesi che hanno firmato questo accordo e ci aspettiamo che nei prossimi 16 anni venga concordata una protezione permanente per la parte centrale del Mar Glaciale Artico, sia dalla pesca commerciale che dalle attività estrattive».

L'accordo, legalmente vincolante, sarà automaticamente rinnovato ogni cinque anni, a meno che un Paese non si opponga o non venga adottato un piano di gestione della pesca basato su criteri scientifici. È vitale che tutti i Paesi coinvolti ratifichino l'accordo.

Negli ultimi anni il Mar Glaciale Artico centrale ha attirato l’interesse dell'industria della pesca, che tenta di trarre profitto dallo scioglimento dei ghiacci. A causa dei cambiamenti climatici il quaranta percento di quest’area, storicamente coperta di ghiaccio, negli ultimi anni ha visto estati senza ghiaccio.

«Nonostante siano stati fatti passi da gigante per proteggere la parte centrale del Mar Glaciale Artico, alcuni dei Paesi che hanno sottoscritto l’accordo, come Stati Uniti, Russia e Norvegia, continuano a voler bloccare alcuni importanti progressi di cui si discute alle Nazioni Unite. Il processo delle Nazioni Unite ha un grande potenziale per riuscire a salvaguardare tutti gli oceani: questi Paesi dovrebbero impegnarsi maggiormente e sostenere un accordo globale e ambizioso per la protezione del mare», conclude Jon Burgwald.

Questo accordo sull’Artico arriva in contemporanea con l’entrata in vigore di un altro accordo sulla protezione del Mare di Ross, in Antartide, dove è stata riconfermata un'area marina protetta che si estende per 1,5 milioni di chilometri quadrati.

venerdì 24 novembre 2017

Black Friday, Greenpeace in azione a Roma contro il consumo eccessivo


In concomitanza con il Black Friday, appuntamento che ormai a livello mondiale segna l’inizio dello shopping natalizio, attivisti di Greenpeace sono entrati in azione a Roma presso EUROMA2, uno dei centri commerciali più grandi della Capitale, per protestare contro il consumismo eccessivo. Gli attivisti hanno condotto un’azione dimostrativa, impersonando simbolicamente un Pianeta Terra letteralmente soffocato dallo spreco di oggetti di uso comune, derivante dal modello di consumo “usa e getta”. La manifestazione si è conclusa con l’apertura di uno striscione con la scritta “Il consumo eccessivo soffoca il Pianeta”.

«Il Black Friday è diventato uno dei giorni simbolo del consumismo più smodato e, complici le offerte a basso costo, acquistiamo senza pensare, noncuranti dei possibili impatti ambientali e sociali che questo spreco di risorse può generare», commenta Giuseppe Ungherese, responsabile campagna inquinamento di Greenpeace. «Veniamo indotti a pensare che la felicità provenga da ciò che compriamo, ma ci sono modalità più positive e creative per realizzare le nostre aspirazioni. Ad esempio, realizzare fantastiche creazioni da oggetti che già possediamo è molto più divertente e stimolante rispetto allo shopping compulsivo», conclude Ungherese

Per questo Greenpeace presenta oggi la “MAKE SMTHNG Week”, una serie di eventi pubblici che ha l’obiettivo di fornire alternative creative al consumismo. Dal 2 al 10 dicembre, durante la “MAKE SMTHNG Week”, in tutto il mondo verranno organizzati circa 100 eventi in cui appassionati e creativi condivideranno le loro conoscenze per riciclare, riparare, riutilizzare e dare una nuova vita ad oggetti inutilizzati o destinati ad essere gettati via, tramite il fai-da-te e l’autoproduzione. Greenpeace, insieme a Fashion Revolution, Shareable, e centinaia di creativi in tutto il mondo, invita tutti ad astenersi dallo shopping durante il Black Friday e a partecipare agli eventi della “MAKE SMTHNG Week”.

Gli eventi pubblici ospitati da Greenpeace nell’ambito di questa settimana si svolgeranno a Pechino, Berlino, Hong Kong, Nairobi, Londra, Madrid, San Sebastian, Mosca, Atene, Taipei e Buenos Aires e, in Italia, a Roma e Milano. A Milano, il 3 dicembre presso Cascina Cuccagna, in zona Porta Romana, si terrà un evento organizzato in collaborazione con Fashion Revolution, incentrato sulla moda etica e sostenibile. Sono previsti workshop sul riuso creativo di prodotti tessili di scarto e vecchi capi di abbigliamento. A Roma, il 9 dicembre, presso il makerspace Famo Cose, in zona Pigneto, l’evento sarà incentrato sulle autoproduzioni e il riciclo creativo. L’ingresso a entrambi gli eventi è gratuito ma per partecipare ai workshop è necessario registrarsi sul sito www.makesmthng.org/it.

Per decenni Greenpeace ha sfidato le grandi aziende chiedendo modelli produttivi sostenibili e privi di sostanze chimiche pericolose per l’ambiente e per la salute. Ora sfida i modelli di consumo “usa e getta”, rivolgendosi ai consumatori e a chi già pratica alternative creative al consumo di massa. Secondo l’organizzazione ambientalista, si produce e consuma troppo: dalla moda alla tecnologia, dal cibo alla plastica monouso, per finire con giocattoli e auto. Occorre dunque modificare questo stile di vita che consuma più risorse rispetto a quelle che il Pianeta può garantire, e imparare a usare meno e meglio quanto già in nostro possesso.