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mercoledì 1 marzo 2017

Un'avventura nei viaggi nel tempo - Intervista a Michele Dinicastro

Tramite il quotidiano che che dirigo, Barletta News ho avuto modo di intervistare l'autore Michele Dinicastro in merito alla sua ultima singolare pubblicazione:  “Viaggio nel tempo – Un’ipotesi possibile”. 
Michele Dinicastro
è conosciuto dal pubblico nazionale e internazionale in qualità di esperto di parapsicologia scientifica, etno-antroplogia e storia. Il saggio scientifico affronta uno degli argomenti più affascinanti e controversi di sempre, i viaggi nel tempo, conducendo una vera e propria indagine multidisciplinare in cui oltre a illustrare i risultati dei più autorevoli studi scientifici, ci conduce in un ulteriore viaggio  attraverso audaci progetti per la costruzione di specifiche macchine del tempo, esperimenti non convenzionali, alcune significative esperienze italiane e alcune delle più note bufale spazio-temporali.
Di seguito l'intervista.

Partiamo subito da una curiosità. Se ora avesse la possibilità di viaggiare nel tempo, quale sarebbe la sua prima tappa da crononauta?
Siccome sono anche un grande appassionato di storia medievale e locale, farei ovviamente rotta verso la Barletta dell’età di mezzo. Sceglierei l’era federiciana, perché certamente fra le più stabili e floride. Quest’epoca mi darebbe la possibilità di visitare i due quartieri fuori le mura, San Vitale e sant’Antonio Abate, che purtroppo vennero distrutti nel XVI secolo dai francesi e di apprezzare i tesori d’arte ed architettura religiosa che ospitavano. Potrei, inoltre, far visita ai Cavalieri Templari (e agli Ospitalieri) e vedere, così, la loro favolosa domus di San Leonardo con annessa chiesa. Lì ammirerei il mitico Pavilon, grandioso salone in cui avvenivano le cerimonie di ingresso nell’ordine dei nuovi cavalieri. Infine, potrei assistere all’arrivo in Puglia di San Francesco (1181-1226) e, spostandomi di qualche anno, dare un’occhiata al cantiere di Castel del Monte…
Alla luce di questa nuova pubblicazione, e soprattutto dopo anni di studi in materia, crede che la natura del tempo sia sempre e comunque ciclica o che magari sia stata “inventata” unicamente per soddisfare il bisogno di scandire i momenti di vita della collettività? Della serie, il tempo è un’illusione o è un elemento fisico percepito dall’uomo pur in assenza di un organo predisposto alla sua percezione?
È inevitabile che la ciclicità stagionale scandisca la nostra vita, influenzando la nostra percezione del tempo. Infatti, siamo soliti suddividere la nostra vita in anni, ovvero in unità di tempo che coprono singolarmente un intero ciclo stagionale completo. Tuttavia, la percezione cosciente del costante mutare dello scenario naturale su base stagionale e quindi di quel continuo divenire che chiamiamo tempo, cozza con le percezioni del nostro inconscio. Quest’ultimo, infatti, sembra non avere i limiti classici della temporalità, che vengono percepiti dall’uomo nell’immanenza. L’inconscio sembra effettivamente operare al di fuori di esso, suggerendo l’idea che il tempo possa, in fondo, essere solo un costrutto della mente conscia. Su queste contrastanti dinamiche formulo nel mio saggio una mia personale teoria.
Se – come del resto hanno sostenuto autorevoli scienziati come Igor Novikov – tornare indietro nel tempo per impedire che si realizzi un evento è impossibile, quale dovrebbe e potrebbe essere lo scopo dei cronoviaggi nel passato?
Per quanto mi riguarda, la principale utilità sarebbe costituita dalla conoscenza, ovvero dal recupero di informazioni su eventi e fatti storici malsicuri, verificando la nostra stessa storia ed appurando come effettivamente siano nate le religioni… Sarebbe, come comprende, una possibilità che aprirebbe le porte ad immensi allargamenti della nostra conoscenza sulla storia del mondo con inimmaginabili ricadute su storia, religione, politica, etica, morale, etc… Si aprirebbero le porte alla verità e, di conseguenza, alla più grande rivoluzione culturale (e non solo) di tutti i tempi.
Siamo da sempre portati a pensare che nell’Universo esistano altre forme di vita, così come abbiamo spesso pensato, se non addirittura sostenuto, che crononauti del futuro abbiano viaggiato a ritroso nel tempo per svelarci segreti e verità. Allora perché questi viaggiatori avrebbero dovuto celare le tracce della loro esistenza lasciandoci nel limbo di un rebus infinito?
Lei ha prima citato Novikov, quale fautore di una teoria che prevede l’impossibilità di mutare gli eventi del passato, come se vi fosse una naturale “protezione cronologica”, peraltro congetturata da molti altri scienziati. Ebbene, sembrerebbe che in effetti, se viaggiassimo indietro nel tempo, non potremmo cambiare la sequenza dei fatti già avvenuti, perché se lo facessimo potremmo ottenere, come sola conseguenza, quella di aprire nuove linee storiche di universo, parallele a quella principale ed immutabile. In altri termini, se viaggiatori dal futuro interagissero con noi, la loro interazione darebbe istantaneamente vita a un nuovo corso storico in cui la loro ingerenza sarebbe riscontrabile, lasciando, però, la nostra linea storica intonsa. Naturalmente, questa è solo una ipotesi, ma evita il realizzarsi dei famosi paradossi…
Se domani ci svegliassimo con la certezza che grazie alle attuali tecnologie – o perché no, grazie a varchi spazio-temporali – viaggiare nel tempo è un’impresa sicura e realizzabile, dunque non più un’ipotesi, quali crede sarebbero i rischi e le implicazioni a livello sociale, politico e magari anche ambientale?
Saremmo di fronte ad una rivoluzione di immane portata che cambierebbe per sempre il destino dell’umanità.
Pensa che un giorno l’uomo sarà in grado di liberarsi delle proprie restrizioni mentali riuscendo finalmente a “vedere” il tempo?
Purtroppo l’acquisizione di nuovi concetti, specie se rivoluzionari, presenta sempre esiti dolorosi, perché l’uomo tende ad adagiarsi sui ben più rassicuranti e meno faticosi concetti noti e accettati. E la scienza non fa eccezione… Thomas S. Kuhn (1922 – 1996), storico della scienza e filosofo statunitense, afferma, infatti, che la scienza procede per rivoluzioni, in quanto vincolata ai propri paradigmi. Nel suo famoso saggio intitolato “La struttura delle rivoluzioni scientifiche” egli evidenzia come “l’assimilazione di un nuovo genere di fatti richiede un adattamento […]; finché tale adattamento non è completo – finché la scienza non ha imparato a guardare alla natura in maniera differente – i fatti nuovi messi in luce non possono in alcun modo considerarsi fatti scientifici”. Stesso concetto fu espresso anche da uno dei più importanti fisici del ‘900, il premio Nobel Max Planck (1858 – 1947) “Una nuova verità scientifica non trionfa perché i suoi oppositori si convincono e vedono la luce, quanto piuttosto perché alla fine muoiono, e nasce una nuova generazione a cui i nuovi concetti diventano familiari!” (citato in T.S. Kuhn, The Structure of Scientific Revolutions). Ecco, quindi, che se la via maestra per conoscere la vera natura del tempo passa attraverso l’esplorazione della mente inconscia, allora dubito che la scienza moderna sia ancora pronta a compiere questo passo…
Nel libro afferma che la nostra capacità di percezione d’informazioni psichiche non sensoriali è soggetta all’effetto del “rumore sensoriale” ed ipotizza l’esistenza di un sistema di sincronizzazione cronologica tra mente conscia e mente inconscia, il quale può subire uno sfasamento percettivo a causa di fattori perturbativi. Può spiegarci meglio?
Le mie osservazioni m’inducono ad ipotizzare l’esistenza di una duplice interazione umana col tempo. Una determinata dalla mente conscia e legata alle dinamiche temporali del mondo sensibile ed una inconscia, per nulla limitata da direzionalità e flusso costante. Siccome le informazioni di carattere psi-cognitivo (telepatia e chiaroveggenza) “viaggiano” sempre per via inconscia, ecco che esse non sono affatto legate ai vincoli temporali citati, perciò possono giungerci prima o dopo l’evento che le ha generate. Ebbene, il processo di emersione della informazione è, a sua volta, influenzato dal rumore sensoriale che percepiamo durante gli stati di coscienza ordinaria, che è molto più forte della informazione psi-cognitiva, perciò a volte ne diveniamo coscienti solo in seguito, ovvero quando tale rumore sensoriale si abbassa. Ciò avviene quando siamo in uno stato di semideprivazione sensoriale, ad esempio durante il sonno e il sogno.
Come può un individuo rendersi effettivamente conto dell’esistenza del “tempo inconscio” in cui riuscirebbe a muoversi liberamente tra passato e futuro? Come si abbattono le barriere della psiche? È un’impresa possibile a tutti?
La ricerca parapsicologica scientifica ha già ampliamente provato che ciò è possibile ed ha pubblicato molti delle sue risultanze su riviste scientifiche indicizzate. Ad esempio nel 1989 lo studioso Charles Honorton e la psicologa Diane Ferrari presentarono una metanalisi di 309 studi pubblicati in lingua inglese sulla precognizione in test a scelta obbligata eseguiti tra il 1935 e il 1987 (Future telling: a meta-analysis of forced –choise- precognition, JP, Vol. 53, 1989) ed emerse come vi fosse 1 sola probabilità contro 10 miliardi di miliardi che il risultato fosse attribuibile all’aspettativa casuale. La possibilità di utilizzare tali capacità a piacimento è ancora studiata e taluni ricercatori suggeriscono speciali metodiche da mettere in pratica, ad esempio, durante quel particolare tipo di sonno in cui sappiamo che stiamo dormendo e va sotto il nome di sonno lucido. La nostra psiche non ha barriere, se non quelle imposte dalla mente conscia, ma con un giusto approccio tutti possiamo superarle, ecco perché ci sono i parapsicologi, per scoprire come fare e renderlo noto. Ciò nasconde il vero scopo della parapsicologia scientifica, quello di scoprire la vera natura dell’uomo…
Concludo ciclicamente con un’altra curiosità. Il suo libro è nato grazie a una scommessa con Alfredo De Giovanni. Alla fine il suo amico si è ricreduto?
Beh, più che una vera e propria scommessa la definirei una promessa… Alfredo mi invitava a scrivere un libro scientificamente documentato sul tema dei viaggi nel tempo e devo dire, a giudicare dal suo entusiasmo alla lettura del libro, che la mia fatica non è andata sprecata. Il suo giudizio è per me tanto più lusinghiero perché formulato da una persona con un solido background scientifico, che, peraltro, conosce molto bene le discipline che toccate nel libro

giovedì 19 gennaio 2017

Litfiba, 30 di "17 Re" - I GADJOS cantano la cover di "Gira nel mio cerchio"



Ha compiuto 30 anni “17 Re”, leggendario album dei Litfiba, rock band di stampo fiorentino formata da Piero Pelù e Ghigo Renzulli che festeggia l’importante traguardo con una rock band barlettana di cui vi ho già parlato, i GADJOS.
Ma facciamo un passo indietro. “17 Re” è uscito nel dicembre 1986 come doppio vinile ed è considerato da tutti l’album capolavoro della band nonché caposaldo della new wave italiana (genere musicale discendente dal punk rock molto in voga negli anni Ottanta). È un album difficile, estremo, a tratti anarchico. È il secondo capitolo della “Trilogia del Potere”, infatti si colloca tra gli album “Desaparecido” e “Litfiba 3” che sanciscono proprio il passaggio musicale da new wave al rock. “17 Re” è la perfetta via di mezzo, è un disco sperimentale in cui la band spazia dalla ballata melodica alla musica psichedelica, dalla commerciale new wave al più classico dei brani cantautorati.
A distanza di 30 anni, i Litfiba hanno aperto un contest per selezionare 16 band italiane che hanno poi realizzato le cover da inserire nell’omonima compilation tributo. I fortunati ad aver preso parte al progetto sono: Züth - Metharia - Avorionero - Benzina - Pink Addiction - Il Sogno di Rubik - Railway - A Silent Noise - Ego - CleanHands - A4 Rock Band - Davide Pepe - GADJOS - Karbonica - La Bottega del Tempo a Vapore - Maieutica. 

Ai barlettani Gadjos è toccata la cover di “Gira nel mio cerchio”, un brano lisergico, a tratti incomprensibile, da ascoltare e riascoltare prima di potergli assegnare un significato ben preciso. I GADJOS lo reinterpretano magistralmente rispettandone la frenesia ossessiva, scivolando in quel vortice psichedelico intriso di solennità, eccentricità e ubriachezza, dando vita a una nenia bestiale in cui non conta l’estetica della sonorità (seppur presente in questa versione più che nell’originale) ma la parola; il messaggio a cui si lascia libera interpretazione.

Per l’occasione Barletta News ha incontrato la rock band barlettana composta da Luca Raguseo (voce), Cosimo Oz Orofino (tastiere), Claudio Renton Doronzo (basso), Raffaele Riefoli (chitarra) e Nicola Lacerenza (batteria).


La vostra storia, nonché la vostra formazione artistica è in qualche modo legata al mondo dei Litfiba. Cosa significa per voi oggi aver preso parte a questo progetto?
Legata al mondo dei Litfiba ma non troppo! Diciamo che è un’ulteriore soddisfazione dopo l’apertura al Viper di Firenze nel 2012. I Litfiba hanno riconosciuto le nostre qualità ancora una volta: significa che stiamo lavorando bene. Quindi è una grande soddisfazione nonchè un privilegio aver preso parte a questa collaborazione.

Avete avuto modo di rivisitare “Gira nel mio cerchio”. Che significato date a questo brano?
È sicuramente uno di quei brani più rock del disco, quindi vicino al nostro stile. La cosa più eccitante per noi è stata quella di poter cambiare la versione avvicinandoci di più alle sonorità tipiche dei GADJOS e la gente sta apprezzando molto il risultato ottenuto.

Avete portato “Il viaggio”, vostro primo album uscito nel 2013, nelle piazze italiane. Come risponde il pubblico alla vostra musica?
“Il viaggio” è stata una tappa fondamentale. È stato il primo progetto che ha permesso di farci conoscere ad un pubblico esteso; abbiamo avuto un ottimo riscontro e diversi attestati di stima. È stato il disco che ci ha permesso di suonare con i Litfiba e durante nostri concerti siamo stati felici di constatare che la gente sapesse a memoria i nostri brani e che li cantasse a squarcia gola! Ottenere questo risultato ti fa avere la percezione fisica che il rock non è mai morto, bisogna solo alimentarlo con nuovo ossigeno.

I nuovi brani (“Iride”, “Rebecca”, “Il banco si ribella” e “Randagio”) sperimentano nuove sonorità. Come sta mutando la vostra identità artistica?
Il nuovo progetto è senz’altro più maturo. Siamo cresciuti, ci sono stati cambiamenti interni alla band (sono cambiati alcuni musicisti) e abbiamo più sicurezze rispetto a quattro anni fa. I primi quattro episodi del nuovo disco “Bordellandia” tentano di far comprendere che il rock ama e vuole abbracciare tutti i generi musicali; fanno capire che il rock non è razzismo e non vuole primeggiare su niente e nessuno perché vuole solo allargare la sua Pangea musicale. Ecco, il nuovo disco incarna proprio questo spirito.

Il titolo “Bordellandia” stuzzica immediatamente la curiosità. Volete anticiparci qualcosa?
“Bordellandia” sarà un progetto sviluppato in atti, proprio come avviene in teatro. Sono già in rete i primi quattro episodi. “Iride” è stato il singolo di apertura e siamo stati felici di sapere che è stato il disco e il videoclip della settimana su Radio Gamma. Stiamo lavorando al disco che uscirà sia nella versione fisica che digitale tra febbraio e marzo. Sarà un album molto rock ma anche sperimentale, in cui il filo conduttore dei brani sarà il sentimento d’inquietudine nei confronti di una classe sociale giovanile ormai troppo accecata dai balocchi e dai falsi miti; una classe giovanile che lobotomizza la propria anima ribelle anziché utilizzarla per cambiare le sorti del nostro Paese.

Grazie per il vostro tempo e buna fortuna per tutto.




mio articolo su Barletta News

lunedì 5 maggio 2014

Bulimia: una bestia ch divora l'anima - La mia intervista alla psicoterapeuta Imma Di Meglio

Lo stereotipo della bellezza è una minaccia costante. Spesso risiede nella parte debole del subconscio, pronta a sferrare il colpo letale quando si è più vulnerabili, provocando un inarrestabile annichilimento che prende il nome di disturbo alimentare. Spesso i disturbi alimentari come la bulimia nervosa sono sottovalutati o ricondotti unicamente alle donne. In realtà, il numero di bulimici di sesso maschile è in forte crescita. Il 40% dei disturbi del comportamento alimentare – che solo in Italia interessano 2 milioni di giovani – si manifesta tra i 15 e i 19 anni, ma negli ultimi anni si è assistito a un notevole abbassamento dell’età: i primi “segnali” possono comparire anche nella preadolescenza, tra gli 8 e i 12 anni. Certo ammettere di essere malato è difficile, spesso impossibile, ma proprio in virtù di queste difficoltà cerchiamo di addentrarci in questo vorticoso mondo ancora ricco di tabù e falsi miti. La psicoterapeuta Imma Di Meglio, consulente di Barletta News, ci aiuterà a far luce sulla bulimia nervosa,un disturbo alimentare ha delle regole ben precise, racchiuse in un decalogo diffuso da numerosi blog “ProAna”.

Partiamo dal principio. Che cos’è la bulimia? Da cosa nasce? Esistono tipologie differenti?

La bulimia nervosa è un disturbo del comportamento alimentare caratterizzato da: abbuffate ricorrenti – con la sensazione di perdita di controllo durante l’episodio e assunzione di una grande quantità di cibo in un discreto periodo di tempo, considerata inusuale in simili circostanze – e ricorrenti condotte compensatorie inappropriate, per prevenire l’aumento di peso (ad esempio il vomito autoindotto, l’abuso di lassativi, diuretici o altri farmaci, iperattività o eccessiva attività fisica, dieta restrittiva). Per fare diagnosi di bulimia nervosa le abbuffate seguite da condotte eliminatorie devono verificarsi almeno due volte alla settimana per tre mesi. Chi soffre di questo disturbo presenta una bassa autostima. Non esiste una causa specifica che determini l’insorgenza di questo disturbo, nonostante ciò, come anche l’anoressia nervosa, queste patologie sono alimentate da idee disfunzionali nei confronti del peso e delle forme corporee, idee che in molti casi derivano dagli imperativi culturali che impongono di raggiungere un livello di peso non realistico. Queste idee si legano alla scarsa autostima di chi cade vittima di tali disturbi fortificando la credenza che i propri fallimenti personali o insuccessi siano in qualche modo legati al peso e che il raggiungimento della magrezza o del controllo del peso possano migliorare la propria autostima. I pazienti che soffrono di bulimia nervosa sono suddivisi ulteriormente nei sottotipi con “condotte di eliminazione”e “senza condotte di eliminazione” in base alla frequenza più o meno regolare delle condotte eliminatorie.

Quali sono i campanelli d’allarme più e meno comuni?

Solitamente il paziente che soffre di bulimia nervosa presenta un peso normale, spesso riacquista i chili persi dopo una dieta o un periodo di anoressia, questo infatti inganna i familiari o chi vive assieme, che crede che l’aumento ponderale sia indice di guarigione dall’anoressia. Sarebbe utile fare attenzione al tempo che la persona passa in bagno dopo i pasti o se finiscono le scorte di alcuni cibi. Spesso i bulimici mangiano con moderazione in pubblico, provano vergogna a mangiare in pubblico, non si sentono “degni” di mangiare, perché non si sentono magri, per poi abbuffarsi in privato. A volte nascondo le scorte di cibo negli armadi o nei cassetti.

Oltre alla pratica di provocarsi il vomito, i bulimici usano impropriamente lassativi e diuretici. Quali sono i principali effetti collaterali, sia fisici che psicologici, di questo disturbo alimentare?

martedì 1 aprile 2014

Sotto la schiuma del Ciappetta-Camaggio c’è di più - Intervista al Prof. Ruggiero Quarto


Sabato 29 marzo “Striscia la notizia” ha mandato in onda un servizio sul Ciappetta-Camaggio in cui Fabio e Mingo hanno nuovamente documentato la presenza di schiuma nel canale. In realtà non si tratta affatto di una novità. Visto lo stato d’inquinamento in cui versa il corso d’acqua, la schiuma non va mai del tutto via anzi, ‘cammina’ lungo il canale e si rigenera continuamente. Il vero problema è che il Ciappetta-Camaggio torna sotto i riflettori solo quando qualcuno segnala la presenza di schiuma: l’inquinamento può essere invisibile ma ugualmente letale. Essendo infatti una vera e propria fogna a cielo aperto, l’attenzione (che sia mediatica, individuale o degli organi competenti)  non dovrebbe mai abbassarsi più di tanto specialmente perché sappiamo benissimo che l’acqua di questo canale è usata spesso e volentieri in maniera abusiva per irrigare i campi da cui si producono i prodotti che finiscono sulle nostre tavole. Proprio per questo, grazie all’aiuto del Prof. Ruggiero Quarto del Dipartimento di Geologia e Geofisica dell’Università di Bari, abbiamo deciso di analizzare a 360° il Ciappetta-Camaggio partendo dalla sua affascinante storia.

Ricostruiamo la storia del Ciappetta Camaggio
Esiste praticamente da sempre. Nasce tra Castel del Monte e Monte Caccia dalla congiunzione dei due canali Ciappetta e Camaggio: anticamente veniva chiamato fiume alvedium. Da un punto di vista storico ha un’importanza estremamente grande, infatti,  era già conosciuto al tempo dei crociati perché era la via che questi percorrevano immediatamente dopo la via Appia, in prossimità delle Murge Basse. I crociati che si dovevano imbarcare a Trani e Barletta seguivano il corso di questo alvedium tramite le antiche carte che già ne testimoniavano l’esistenza. In antichità, dunque, era più conosciuto come via che non come fiume. Oggi possiamo affermare che il Ciappetta Camaggio fa parte sia della nostra storia che della nostra geografia. Andrebbe tutelato e salvaguardato, invece è stato canalizzato e interrato perciò presenta inevitabilmente una serie di problemi dovuti alla regimentazione e velocizzazione delle acque.

Da un punto di vista geografico cos’è?
Da un punto di vista geo-morfologico e idrografico questo canale è una lama, ossia un corso d’acqua naturale che taglia in maniera abbastanza rettilinea un territorio, dando vita ad una propria unità biologica e morfologica: alcuni animali e alcuni vegetali si sviluppano esclusivamente in questi ambienti. La sua funzione è di convogliare- abbastanza direttamente – le acque meteoriche verso il mare, in occasione di abbondanti e intense piovosità. La lama caratterizza i territori carsici come la Puglia che, in questo caso, manca di un reticolo idrografico ramificato. Durante il lungo tragitto che percorre, tra Andria e Barletta passa vicino a una dolina (un bacino carsico) nei cui pressi è stato costruito il depuratore della città di Andria.

giovedì 7 marzo 2013

Il naturalista Giuseppe Festa presenta a Mela Verde News il suo libro: “Il passaggio dell’orso”. Da oggi in tutte le librerie



Stamattina ho il piacere di segnalarvi l’uscita di un libro molto speciale: “IL PASSAGGIO DELL’ORSO” scritto dal naturalista Giuseppe Festa dopo un’incredibile esperienza nel Parco Nazionale d’Abruzzo. Questo meraviglioso angolo di paradiso squisitamente italiano è il cuore pulsante del romanzo. Qui  le vite di due giovani volontari s’intrecciano con quella di un cucciolo d’orso marsicano rimasto orfano. Il rapporto indelebile che si verrà a creare tra lo studente e l’animale è però minacciato dalla presenza dei bracconieri che da tempo ormai hanno individuato nelle montagne abruzzesi una vera e propria miniera d’affari.
Questo avvincente romanzo, oltre a raccontare una storia incredibile, ha lo scopo di sensibilizzare i lettori e informarli sui vari pericoli che minacciano l’esistenza degli orsi. Non a caso infatti il libro ha ricevuto l’appoggio ufficiale dell’A.I.D.A.P (Associazione Italiana Direttori Aree Protette) ed è stato recensito con queste parole dalla famosa scrittrice Dacia Maraini:
«Un racconto bellissimo di orsi e di uomini. I sentimenti, le paure, le fragilità ma anche il coraggio, la voglia di vivere e la generosità di esseri così diversi, eppure così simili. Un romanzo che celebra la natura e gli animali, senza venir meno al rispetto per gli uomini».

Conosciamo meglio Giuseppe Festa, educatore ambientale, scrittore e musicista che ha gentilmente concesso un brave intervista a Mela Verde News che con lui e tantissimi altri volontari nel mondo combatte per la salvaguardia ambientale/animale.

mercoledì 4 aprile 2012

Investire nel green design - Intervista all'architetto designer siciliano Vito Tripolone


Secondo il Rapporto GreenItaly 2011, negli ultimi tre anni circa 370.000 imprese italiane (precisamente il 23,9%) hanno investito e investiranno nelle nuove tecnologie verdi, ridistribuendo equamente in tutto il Paese un’occupazione sostenibile per il 38% dei casi: 227.000 “assunzioni verdi” su un totale di circa 600.000. La metà dei nuovi impieghi si può ricondurre ai classici “green jobs”: settore delle energie rinnovabili, tutela dell’ambiente, efficienza energetica, mobilità ed edilizia sostenibile. Il primo posto delle aree con il più alto tasso occupazionale (70% delle assunzioni) va al settore del green-building.


Investire in un prodotto o in un progetto verde ha i suoi vantaggi: per prima cosa si combatte l’inquinamento ambientale utilizzando esclusivamente materiali ecosostenibili che non hanno nessun impatto deleterio sul pianeta. In secondo luogo, da un punto di vista estetico e stilistico i risultati possono essere davvero strabilianti. Lo testimoniano per esempio le numerose creazioni dei talentuosi designer italiani: originali, sofisticate, efficaci, innovative e soprattutto ecologiche. Le idee nascono da un creativo connubio tra architettura e natura con l’obbiettivo di ridisegnare e rendere “vivi” gli interni di una casa, un ufficio, uno store, ecc. A contribuire al grande successo del green design è certamente l’utilizzo di un nuovo materiale, il Moss, un muschio naturale che non necessita di interventi di manutenzione e che vive negli ambienti interni nutrendosi esclusivamente dell’umidità naturale dell’aria. Grazie al Moss, in ogni ambiente si può ritagliare un angolo verde, creando giardini verticali o complementi d’arredo come ad esempio un lampadario con orto sospeso, un tappeto vegetale, una parete in fiore, un soffitto d’erba e così via.


Ci racconta la sua esperienza il giovane architetto/designer siciliano Vito Tripolone.